Polizia come proiezione e capacità

“The master’s tools – Warfare and insurgent possibility”, Tom Nomad – 2013

Le forze dell’ordine sono una forza di occupazione, ma una forza di occupazione di un tipo particolare. Quando si parla di occupazione, di solito la si pensa come qualcosa di completo e totale, che infetta ogni aspetto della vita quotidiana. Ma questa è sempre una totalità impossibile. I concetti relativi ad essa sono totali, nella misura in cui definiscono e controllano uno spazio, ma l’occupazione non è mai un fenomeno totale, non entra mai veramente nella possibilità di azioni che possano inquadrare e determinare altre azioni. Se lo facesse, ogni resistenza sarebbe impossibile. Piuttosto, la polizia funziona come una logistica dell’azione, tenuta insieme concettualmente attraverso linee logistiche di supporto, uniformi, strutture di comando, comunicazioni e così via.


Come scrive Clausewitz, ogni occupazione comporta sempre due impossibilità. La prima è semplicemente numerica. Se il controllo diventasse veramente totale, se la costruzione dello Stato venisse mai a inquadrare e determinare l’esistenza, il controllo stesso diventerebbe irrilevante, l’intera esistenza non sarebbe altro che un’esecuzione scialba e predefinita di un copione teleologico. Ma siccome non è questo il caso, dato che i furti ancora accadono, la resistenza ancora esiste, le persone ancora entrano in confronto diretto con la polizia, si rifiutano di collaborare, eccetera, è facile vedere che questa totalità non esiste. Perciò dobbiamo pensare alla polizia e alla sua logistica come un dispiegamento di corpi e pratiche limitato nello spazio, che copre solo una quantità limitata di spazio con una quantità limitata di corpi. Letteralmente, a meno che ogni centimetro quadrato non sia coperto costantemente, c’è sempre la possibilità di resistenza, il che rende l’occupazione non totale. Ci sono sempre buchi nella copertura.

In secondo luogo, ogni azione cambia sempre le condizioni e le dinamiche dell’azione stessa, in un processo che si autoalimenta. Le azioni si svolgono in un tempo e uno spazio, una convergenza particolare delle dinamiche della storia, e al contempo formano le condizioni da cui sono formate. Contrariamente ai concetti aristotelici di produzione e azione in quanto creazione, noi non agiamo mai su o all’interno di un oggetto inerte; piuttosto, l’oggetto presenta forme di resistenza che modificano fondamentalmente le dinamiche dell’azione stessa. Nel loro stesso dispiegarsi, le forze di polizia sono causa di frizione e conflitto e aprono altre possibilità d’azione; la storia non si ferma nelle sue dinamiche. Lo vediamo ogni volta che un piano di controinsorgenza provoca un’imboscata, ogni volta che la polizia reprime un quartiere e qualcos’altro accade in un altro, lontano dalla concentrazione di forze. I movimenti modificano il terreno d’azione e collidono con i movimenti e le azioni di tutti gli altri elementi che costruiscono il terreno stesso: il degrado delle infrastrutture, l’odio crescente e la resistenza nei confronti della polizia, i reati “comuni” compiuti da disperati per sopravvivere nel capitalismo, l’assenteismo dei lavoratori, gli scioperi, e così via… A meno che, magicamente, il dispiegamento della polizia non riuscisse a neutralizzare gli effetti delle sue stesse azioni e a congelare la storia in un momento definito, il terreno continuerà a spostarsi, e questo spostamento rende impossibile un’occupazione totale.


L’impossibilità di un’occupazione totale costruisce il controllo poliziesco come un tentativo di proiettarsi attraverso volumi di spazio crescenti, in modalità sempre più costanti. L’intera storia della metodologia e delle operazioni di polizia ruota attorno allo sviluppo di metodi di proiezione. Dall’uso dell’automobile alla radio, dallo sviluppo di una matrice di sorveglianza sempre più pervasiva alla creazione di task force, dal passaggio a operazioni paramilitari allo sviluppo del cosiddetto controllo di vicinato, questi mutamenti vengono adottati per proiettarsi nello spazio in modalità sempre più coerenti. Ma ci sono dei limiti a questa proiezione, come vediamo nella transizione da metodi di contro-insorgenza a quelli di contro-terrorismo nell’esercito statunitense, dove è stata presa la decisione strategica di evitare lunghe occupazioni abbinate a una grande presenza di truppe per preferire una massima proiezione nello spazio con un numero di uomini minimo. Con numeri limitati è necessario fare delle scelte: allocazione delle forze, strutturazione della logistica, mantenimento delle linee di rifornimento e così via. E questo diventa sempre più difficile quanto più il terreno si fa resistente.


La proiezione esiste in due forme: visuale e materiale. Quella visuale è la capacità di vedere lo spazio e le cose in esso, di sviluppare quella che, nella terminologia militare contemporanea, prende il nome di top-sight.

Nel diciannovesimo secolo la polizia tendeva a marciare per le strade in formazione principalmente per permettere agli agenti di comunicare tra loro. Anche la visione era limitata, così come l’abilità di raccogliere e trasferire informazioni. Con l’avvento della radio, dell’automobile, ed infine dell’elicottero e della videocamera di sorveglianza, la polizia diventa capace di proiettarsi attraverso lo spazio a maggiore velocità e comunicare su distanze più ampie, permettendo una proiezione crescente. Ma anche con la struttura di sorveglianza totale che stanno costruendo città come New York, Chicago e Cleveland, con telecamere di sicurezza private collegate all’infrastruttura della polizia, oggi anche supportata da agenzie di sicurezza semi-ufficiali, la copertura è incredibilmente limitata. Le telecamere non possono analizzare ciò che vedono, almeno per ora. Questo significa che anche con i più sofisticati sistemi di sorveglianza e i più altamente addestrati operatori umani, c’è sempre una quantità di informazione limitata che può essere processata, anche se la quantità di informazione generata aumenta esponenzialmente con l’aggiunta di ogni nuovo apparato di sorveglianza.


L’anonimato non è semplicemente ciò che abbiamo quando i nostri volti sono coperti; l’anonimato, come sostiene Baudelaire, è la condizione in cui siamo relegati nella metropoli capitalista. La distanza che uno sguardo può coprire può essere estesa con elicotteri, droni e aerei di sorveglianza, ma ogni volta che questa distanza si moltiplica, la capacità di cogliere microdettagli diventa più limitata.

La proiezione materiale è la proiezione vera e propria di forza nello spazio. Anche questa avviene attraverso un equilibrio tra concentrazione e proiezione. Man mano che la capacità di intervento della polizia si diffonde nello spazio e la concentrazione diventa sempre più diffusa, i mezzi per dispiegare una grande quantità di forza aumentano. Inizialmente la polizia non portava con sé nulla di più di manganelli o, talvolta, manette. Combinata col movimento a piedi, la forza poteva essere proiettata lungo una linea di movimento corporeo, e solamente alla velocità di una corsa, sommata alla distanza coperta dal movimento di un braccio umano. Con l’espandersi della superficie di applicazione della forza, attraverso l’uso dell’automobile e della radio, e poi dell’elicottero e dei mezzi corazzati di trasporto truppe, questi, combinati con la pistola e le armi automatiche, hanno incrementato drammaticamente la portata di tale forma di proiezione. Mentre il braccio può raggiungere solo un paio di piedi dal corpo, la pistola può proiettare un proiettile in linea retta per centinaia di metri con una forza letale. Questa capacità di proiezione del proiettile è stata ulteriormente ampliata con la granata, il lanciagranate, lo spray al peperoncino e ora il taser, in modo da poter proiettare diversi livelli di forza dal corpo verso un bersaglio, con l’LRAD capace di mandare onde sonore concentrate e mirate oltre un quarto di miglio. Queste proiezioni, insieme ai crescenti livelli di forza, sono tutti modi per proiettare forza nello spazio, rendendo materiale e operativa la visibilità sviluppata attraverso la top-sight.

La proiezione materiale non riguarda solo la quantità di spazio coperta, ma anche il tempo e la costanza nell’abilità di muoversi in esso. Come sostiene Clausewitz, questa abilità di movimento diventa sempre più difficile, e la forza proiettata inferiore, più il terreno si fa resistente. Anche un singolo attacco può costringere un’intera forza di occupazione a passare a concentrazioni più dense e difensive, restringendo la capacità di proiettarsi nello spazio. Più si concentra fisicamente una forza, meno si è capaci di proiettare nello spazio una presenza apparentemente costante.

La proiezione di forza, visuale o materiale, è un tentativo di dare forma a un terreno conduttivo al movimento e alle operazioni di polizia. Vediamo numerosi aspetti di ciò all’interno del terreno tattico che abitiamo: la proliferazione di videocamere di sorveglianza, la messa in rete delle camere private all’interno della matrice di sorveglianza della polizia, la proliferazione di agenzie di sicurezza private e dipartimenti di polizia semi-ufficiali, la crescita delle reti di informatori di vicinato, note come Neighborhood Watch, ma anche l’abbattimento di edifici abbandonati, la falciatura di terreni incolti, e così via. I metodi di proiezione più innovativi non sono una tecnologia, ma la costruzione dello spazio metropolitano stesso. La griglia stradale sviluppata nel diciannovesimo secolo e il sistema autostradale nel primo ventesimo secolo hanno reso il movimento nello spazio molto più efficiente.  La proiezione non riguarda solo la capacità di tenere uno spazio, anche al di là della presenza fisica immediata, ma anche quella di muoversi in esso. Ciononostante, come ogni innovazione tecnologica, lo sviluppo della rete stradale e la standardizzazione dello spazio attraverso l’uso del modello cartesiano possono aver reso il movimento più semplice, ma hanno anche disperso la concentrazione di forza e confinato ampiamente i movimenti delle forze dell’ordine all’interno delle strade stesse. Come a Parigi Reclus suggeriva di trasformare in torrette armate gli edifici allineati lungo gli ampi viali di nuova costruzione che oggi caratterizzano la città, questo confinamento alla strada genera zone di ampia visibilità e veloce movimento, ma anche limita la visione di ciò che succede al di fuori delle strade, in zone di indiscernibilità, che siano i deserti dell’Iraq, le montagne dell’Afghanistan, o gli spazi “non costruibili” sui lati delle colline boscose nel mezzo di Pittsburgh. Queste zone di indiscernibilità, di invisibilità e possibilità, diventano ampie maggiore è la resistenza esercitata all’interno di uno spazio, meno le persone sono propense a collaborare con le forze dell’ordine, più spazio aperto è presente fuori dalle strade, e con la densità delle dinamiche e degli oggetti fisici, che siano alberi in una foresta o barricate sulle strade, all’interno delle linee di fuga offerte dal terreno.


Ovunque lasciamo cadere lo sguardo, vediamo che la metropoli si è strutturata attorno alla separazione dello spazio e dei corpi, alla dispersione delle strade e alla fortificazione del privato. Questo non accade in un vuoto, o in assenza di tentativi di amplificare la proiezione attraverso lo spazio e il tempo. Con lo spazio che diventa sempre più striato, sempre più operato, lo spazio stesso si muove verso una nuova serie di imperativi. Apparentemente statico come a molti di noi può sembrare, la solidità del terreno è ampiamente mitologica. Ma insieme allo spazio che si trasforma a favore di un operare della polizia sempre più fluido, la polizia stessa si è trasformata per muoversi in una metropoli post-seconda guerra mondiale, incorporando forme di monitoraggio e sorveglianza sempre più sofisticate, armi sempre più pesanti e tattiche paramilitari. Quello a cui stiamo assistendo non è nulla più che una costante operazione di sicurezza, un tentativo costante di eliminare quelle zone di indiscernibilità, strutturato non solo per rispondere ad eventi ma anche per prevenire azioni dall’emergere e diventare apparenti. Ogni giorno questo definisce sempre di più lo spazio in cui esistiamo; non è nulla più che un’espansione della prigione al di fuori delle sue mura. Come in una prigione, un terreno conduttivo al movimento della polizia richiede necessariamente una visione totale, un’abilità completa di proiettarsi nello spazio, l’abilità di giustificare un uso illimitato di forza. Ma insieme a ciò, veniamo a contatto con il paradosso principale della controinsorgenza (la polizia è necessariamente una forma di occupazione e quindi di controinsorgenza). Con una presenza della polizia sempre più pervasiva, man mano che diventa capace di mobilitare una quantità di forza soverchiante, il loro stesso movimento genera resistenza, risentimento, conflitto. Nel proiettarsi nello spazio si rendono visibili e i metodi per tracciarne i movimenti ed evitare di essere individuati diventano sempre più efficaci. Anche con la crescita della prigione, che racchiude tutto lo spazio in gradi diversi, l’illegalità persiste. Ogni giorno si verificano atti di disturbo economico, come il furto o l’assenteismo sul posto di lavoro. Lo Stato funziona soltanto in uno spazio in cui la polizia può operare, e sempre in misura maggiore o minore. In queste falle nella copertura, generate dalla semplice limitazione nella copertura spaziale, dai limiti di visione e dalle gittate delle armi, la concentrazione della logistica dello Stato è bassa e la possibilità di azione prolifera; questo diventa ancora più pronunciato negli spazi dove esiste un’etica di non cooperazione o di vera e propria resistenza.

Identità algoritmiche

“A New Algorithmic Identity – Soft Biopolitics and the Modulation of Control”, John Cheney-Lippold – 2011, modifcato

Molta ricerca nel campo del marketing si concentra sull’identificazione della composizione di un pubblico di consumatori. In passato essi venivano discriminati in base ai dati censuari delle relative aree geografiche: i più ricchi vivevano in una certa zona, i più poveri in un’altra, e le aziende potevano offrire sconti differenziati in base alla classe sociale.

In seguito ci si è spostati da una categorizzazione demografica a una psicografica, in cui la popolazione viene divisa in cluster in base a pattern di consumo, in modo da poter mappare le abitudini di acquisto di ogni fascia della popolazione. Con lo spostamento online delle attività commerciali è stato possibile integrare questi cluster con analisi comportamentali svolte sulle query di ricerca.

I dati relativi ad acquisti e navigazione online sono diventati il modo attraverso cui chi si occupa di marketing interagisce con gli individui. Vengono costruiti dei “database di intenzioni” dove le informazioni sugli utenti vengono aggregate per predire le loro intenzioni di acquisto, così come tendenze generali su desideri o bisogni. Elementi comuni e schemi ricorrenti vengono identificati ed etichettati per permettere di mirare con precisione pubblicità, servizi e contenuti.

Grazie alla capacità dei computer di monitorare e registrare le attività online, le informazioni sui consumatori si sono finalmente liberate dai vincoli temporali dei dati censuari, ora possono fluttuare liberamente dentro un flusso di dati di navigazione raccolti in tempo reale, confrontabili con modelli comportamentali ed identitari esistenti, come genere o razza.

I contenuti possono essere suggeriti in base alla storia delle interazioni di un utente con il sistema, che vanno a compilarne una particolare identità. Identità che non assume più un significato rigido, ma che si configura come un modello comportamentale flessibile.

Man mano che nuovi dati su un certo utente vengono ricevuti e processati potrebbero andare a cambiare chi quell’utente viene creduto essere e quali contenuti potrebbe desiderare. In questa forma di categorizzazione i gruppi sono sempre mutabili, seguendo l’utente e suggerendo nuovi artefatti da visitare, vedere o consumare.

Il genere di uno stesso utente potrebbe passare da maschile a femminile se sufficienti informazioni, come l’aggiunta di siti web visitati, dovessero portare ad identificarlo statisticamente in modo diverso. Ci troviamo di fronte ad un meccanismo di feedback che si configura di fatto come una forma di controllo.

Possiamo intendere il controllo esercitato in questo modo sui soggetti come un meccanismo che apre o chiude specifiche condizioni di possibilità che un utente si trova presentate di fronte. Tale meccanismo è il processo di suggerimento. Definibile come l’apertura e la conseguente chiusura di un accesso condizionale, determinato da come l’utente è stato categorizzato online.

Anziché costruire la soggettività esclusivamente attraverso il potere disciplinare, questo approccio al potere permette di prefigurare come noi ci approcciamo, o persino parliamo, del mondo. Esso configura la vita modificando le sue condizioni di possibilità. Incentrata sul consumo e la ricerca di consumo, questa regolazione predice le nostre vite in quanto utenti, legando le potenziali alternative future alle nostre azioni passate.

Questa forma di categorizzazione fornisce una relazione elastica al potere; la capacità di suggerimento viene utilizzata per spingere utenti verso modelli normalizzati di comportamento e identità attraverso la costante ridefinizione delle categorie stesse. Se un certo insieme di categorie smette di regolare efficacemente, un altro insieme può rapidamente venire a sostituirlo, fornendo un’esperienza online fluida ma ancora capace di esercita una forza su come l’utente percepisce sé stesso.

È importante notare che l’anello di feedback esiste solo fin tanto che contribuisce al mantenimento della stabilità del sistema. Il processo di suggerimento funziona nella misura in cui l’inferenza algoritmica è in grado di categorizzare correttamente. Se un particolare suggerimento risulta errato, gli algoritmi sono programmati per riconoscere una misclassificazione e riassegnare una categoria d’identità in base al nuovo comportamento osservato.


Questo tipo di identificazione non crea le identità secondo un approccio essenzialista. Piuttosto, vediamo uno spostamento verso una definizione della categoria più flessibile e funzionale, una che de-essenzializza il genere dalla sua forma e determinazione corporea e sociale mentre lo ri-essenzializza come categoria statistica fondamentalmente orientata da indagini di marketing. Il genere diventa un vettore, un’associazione completamente digitale e matematica che definisce il significato di mascolinità, femminilità o qualsiasi altra cosa il mercato richieda.

Ovviamente, i preconcetti offline sul significato delle categorie vanno a formare le definizioni fondamentali che abbiamo di certi generi, razze e classi online. Nella maggior parte dei casi, i bias predeterminati sulla natura dell’identità di gruppo verranno mantenuti online. Ma la capacità della categorizzazione cibernetica di regolare il significato di certe categorie in base ad algoritmi segna un allontanamento dagli stereotipi offline verso la creazione di stereotipi statistici.

Piuttosto che mantenere una relazione particolare e concreta con la mascolinità nel mondo offline, una concezione cibernetica di mascolinità la posizionerebbe come una categoria modulante, basata su un vettore e composta da valutazioni statistiche che definiscono l’appartenenza ad un gruppo. Nuove informazioni possono venire alla luce all’interno di questo sistema algoritmico e l’algoritmo può di conseguenza cambiare sia il significato della categoria che gli ideali associati ad essa.

Queste categorizzazioni sono profondamente legate a ciò che le aziende reputano utile, cioè categorizzazioni derivate da ricerche di marketing (genere, età, reddito). Mentre dati i offline possono essere usati come supplemento a misure di inferenza algoritmica, lo spostamento verso categorie basate su vettori marca una separazione dal suo dominio normativo e una riassociazione della categoria in accordo con correlazioni statistiche.

La categoria del genere mantiene ancora la capacità di disciplinare e di fornire pubblicità e contenuti mirati in accordo con l’identità inferita, ma è anche incarnata in un nuovo e flessibile sistema di categorizzazione cibernetico. Anziché standard di mascolinità o femminilità che definiscono e disciplinano corpi in accordo con un ideale, standard di genere possono venire suggeriti in base alla sua presupposta identità digitale, da cui il successo dell’identificazione può essere misurato contando numeri di click, visualizzazioni di pagine e altri meccanismi di feedback.

La regolazione del genere come categoria diventa quindi completamente incorporata in una logica di consumo, con i comportamenti di una categoria definiti statisticamente attraverso un processo di feedback di acquisto e di ricerca che i reparti marketing hanno considerato monetizzabile per fini di identificazione e categorizzazione.


Il singolo soggetto è incapace di sperimentare realmente l’effetto degli algoritmi nel determinare la sua vita, perché essi raramente, o mai, gli comunicano direttamente. Piuttosto, esso viene visto da software e reti di sorveglianza in quanto membro di categorie.

Ci siamo allontanati dall’attenzione liberale sull’individuo verso forme strutturanti di suggerimento all’opera ogni volta che un utente visita una pagina web. Tale ubiquità mostra una capacità di utilizzare tecnologie di sorveglianza per raccogliere dati sia su singoli sia su popolazioni in generale.

Ma questa ubiquità deve tenere conto di una prospettiva che, in opposizione a un determinismo tecnologico, consideri anche la possibilità dei fallimenti della tecnologia. Le tecniche di sorveglianza non funzionano sempre come previsto e abbiamo visto con le CCTV che la capacità di una tecnologia non va di pari passo con l’abilità umana di utilizzarla pienamente.

Il controllo non è mai completo, così come nemmeno la nostra libertà. In questo momento, le compagnie di analisi web hanno reso quasi impossibile non essere incorporati in qualche rete di sorveglianza. Siamo sempre in qualche grado vulnerabili al loro sguardo. Ma la vulnerabilità, il punto di partenza da cui definiamo la libertà nel senso liberale più classico, non deve essere vista come una revoca della nostra autonomia o un soffocamento dell’individuo da parte dei meccanismi di controllo.

Che cos’è l’ocularità

“Anti-Oculus – Una filosofia della fuga”, Acid Horizon – 2023

Il termine ocularità si riferisce alla pratica o all’insieme di pratiche che materialmente costruiscono, producono e controllano i limiti dell’identità incarnata e le potenzialità del divenire sociale e individuale. Lo scopo di questo manuale introduttivo è fornire una panoramica di alcune delle principali tecniche di pratica oculare.

L’ocularità è una pratica di cattura; l’ocularità cattura tramite l’identificazione e la regolazione delle identità: ciò che si può essere e ciò che non si può essere agli occhi del riconoscimento e del potere riconoscitivo. L’ocularità controlla le identità dei soggetti politici incarnati racchiudendoli in uno spazio oculare, un territorio controllato. Lo spazio oculare è mantenuto da un esercizio della forza che ne sostiene i confini, le divisioni e i contorni; una sorta di confinamento di coloro che si trovano all’interno dell’ocularità.

Uno spazio oculare è uno spazio di possibilità di identificazione circoscritte. Entro un tale spazio, l’incarnazione e la pratica dell’individualità sono delimitate in anticipo (feedforward) e le perturbazioni nel sistema di classificazioni sono contenute e reindirizzate per migliorare la stabilità e l’autoriproduzione del sistema (feedback negativo).

Trovarsi all’interno dello spazio dell’ocularità significa essere percepiti dall’ocularità stessa, significa cioè trovarsi sovrimpressi dalle classificazioni strutturanti insite nella pratica oculare, ed essere riconosciuti tramite quelle stesse categorie oculari impresse. La pratica oculare è una inscrizione nella struttura, oltre che un recupero e una neutralizzazione della devianza dalle categorie identitarie dell’esperienza sociale.

Le categorie o classi dell’ocularità sono i processi attivi di categorizzazione e di controllo dei soggetti in base a tali classificazioni; sono forme di riconoscimento sociale che sorvegliano il corpo, il pensiero e l’immaginazione. Le funzioni e le pratiche di riconoscimento inscrivono significati che permettono l’identificazione dei soggetti, tramite il modellamento non solo dei loro corpi, ma anche delle loro identificazioni autocoscienti e dei modi in cui gli altri li identificano consciamente e inconsciamente.

Quando l’ocularità opera in modo produttivo, il suo funzionamento favorisce la proliferazione e il rafforzamento di quelle forme. Le pratiche di riconoscimento dell’ocularità, che apprendono in maniera attiva e si autorinforzano, cercano di prevenire, esporre o delimitare in anticipo; sono tentativi di disgregazione sociale, politica o culturale. La delimitazione consiste nel porre dei limiti agli agenti disgreganti tramite l’identificazione, in modo da prevenirli o impedire che il potenziale insurrezionale porti al collasso del sistema.

La pratica oculare tenta storicamente di scongiurare l’insurrezione, e lo spazio nel quale può nascere un’insurrezione è uno spazio di non ocularità o di contro-ocularità; di fuga dalle forme sociali di identificazione che non sono state (almeno finora) raggiunte dalle forze in grado di racchiuderle e identificarle. Definiamo questo spazio non-oculare cospirativo. Il cospirativo è il grembo dell’insurrezione come minaccia non identificata (o identificata in modo insoddisfacente/effimero) alla sicurezza del controllo sociale. Il problema di chi insorge è un problema di informazione.

L’«occhio» dell’ocularità non è un occhio meramente ricettivo; non riceve semplicemente gli oggetti così come sono. Al contrario, l’occhio dell’ocularità li percepisce secondo standard di oggettività prestabiliti. L’occhio corregge quindi ciò che si discosta da tali standard verso forme di mediazione oggettiva. L’occhio media ciò che vede per renderlo riconoscibile, cioè per renderlo conforme alle categorie di riconoscimento e identificazione che plasmano un oggetto «appropriato» agli standard di oggettività «valida».

L’occhio dell’ocularità ci vede e nel vedere proietta una forza su ciò che vede; rifà l’oggetto – al meglio delle sue possibilità – a sua immagine e somiglianza. Come una consapevolezza kantiana che incontra una simulazione dei suoi organi di senso da parte di un’entità esterna sconosciuta, esso cattura l’immagine plasmandola in una forma che è predeterminata proprio dall’attività di rilevamento. L’ocularità costituisce ciò che cattura nello stesso momento in cui lo cattura.

L’ocularità si preserva tramite un monopolio sull’identità e sul significato socialmente riconosciuto degli spazi in cui viene praticata. Nell’imporre le condizioni della sua oggettività su ciò che è percepito, esercita una grande violenza sul suo oggetto nel percepirlo. È una rete di assiomi sociali imposti con forza dalla libido sui limiti dell’identità. Ciò significa che la pratica oculare mira a limitare le conseguenze sociali di cosa un corpo può fare, di cosa un corpo può essere riconosciuto come capace di fare e, in quanto tale, di cosa può desiderare di essere o diventare.

Il pensiero controinsurrezionale contemporaneo assume un’ampia varietà di strumenti concettuali come base teorica per analizzare l’ocularità in quanto fenomeno sociale e politico. Comprendiamo che la funzione essenziale dei meccanismi che praticano e producono l’ocularità è quella di catturare il senso o il significato di un individuo o di un gruppo di individui, e di riconoscerli inserendoli in una certa categoria identitaria.

Non si tratta semplicemente della pratica passiva di registrare le identità viste e di «catturarle» all’interno di tabelle di dati, di distribuzioni demografiche o di confini giudiziari di identità legali o illegali. Piuttosto, l’ocularità è un processo sociale pratico e attivo di forza inscrittiva.

Il senso di una tale identità è conformabile attraverso i meccanismi del disciplinamento sociale, come le prescrizioni mediche, l’addestramento militare o l’istruzione. Ma questa conformità oculare può anche essere generata da restrizioni più sottili sulle azioni di chi è identificato, come quelle applicate allo spazio sociale e privato, vale a dire agli spazi educativi, agli spazi culturali, alle forme di occupazione, ai confini territoriali e politici, e all’interno di un’infrastruttura di trasporto sistematicamente limitata.

Il senso di un’identità è qualcosa che si costituisce e si imprime sul corpo di chi è identificato. L’identificazione è un processo che imprime il significato sociale stabilito dall’ocularità sul corpo del destinatario attraverso le «forze» dell’occhio da cui viene visto. La forza impone e trattiene il significato sociale di un corpo quando quel corpo diventa un soggetto racchiuso nello spazio oculare.

Gli apparati oculari registrano i corpi delle persone secondo determinati schemi nel momento stesso in cui inscrivono queste identificazioni su di essi. All’ocularità – o meglio, a una buona pratica oculare – non sfugge nulla della cospirazione; il suo scopo è identificare ogni nemico e impedire che fugga in una forma nuova non identificata e non regolamentata.

Nei suoi esperimenti fenomenologici sulla simulazione dell’ocularità, lo stesso Hegel ha notato che il crollo del regime di Robespierre durante la Rivoluzione francese fu dovuto anche all’assenza di ocularità inerente allo schema del regime riguardo i propri soggetti. In questo regime, il linguaggio dell’identificazione era vaghissimo, puramente universale, astrattamente negativo e tuttavia attivamente anticospirativo. Il soggetto sottoposto all’ocularità era del tutto assente in senso concreto, fatta eccezione per la categoria indefinita del «Popolo» o del «cittadino» con la sua «Volontà generale» vaga e non identificabile, adattata dalla teoria democratica di Rousseau. Hegel osserva che questo livello di ocularità era suicida nella sua incompetenza e, in quanto tale, non poté identificare o riconoscere nelle proprie carenze oculari la più grande minaccia a sé stesso, così che Robespierre finì per essere giustiziato sotto gli auspici del proprio meccanismo di dissoluzione oculare: la ghigliottina. Il meccanismo della ghigliottina divenne uno strumento delle forze cospiratrici dell’insurrezione termidoriana: una forza correttiva esercitata da concittadini come avatar di quel vago vessillo del «Popolo» nel cui nome rivoluzionario furono tagliate tante teste. I cospiratori non avevano un’identità riconoscibile dai servizi di sicurezza. Rimanevano nell’ombra dell’occhio, capace di vedere solo la sfocatura di un astratto «traditore» che poteva essere chiunque. Lo Stato oculare del Regno del Terrore non poteva quindi fare altro che pugnalare selvaggiamente le masse, fino a quando il suo terrore non avrebbe creato i carnefici del regime.

Un’ocularità vaga allarga lo spettro di coloro che cadono sotto il mantello della cospirazione. Se le categorie della vostra ocularità non sono sufficientemente irreggimentate, striate o mancano di pratiche di riconoscimento, allora ogni persona può cospirare contro di voi – e alla fine lo farà.