Cos’è il predictive policing?

“Metodi statistici per la predizione della criminalità – Rassegna della letteratura su predictive policing e moduli di data mining”, eCrime – Università degli Studi di Trento – 2014

Il predictive policing (polizia predittiva) è una strategia di prevenzione del crimine e/o tattica di polizia che utilizza informazioni e sviluppa analisi avanzate per la previsione delle zone a più alta densità criminale in ambito cittadino, al fine di prevenire la criminalità futura (Uchida, 2009). Questa tipologia di prevenzione degli atti criminali attinge a piene mani alla criminologia ambientale, ovvero l’evoluzione ultima delle teorie criminologiche razionali, che studia come i target criminali si muovano nello spazio e nel tempo, riservando particolare attenzione alla distribuzione geografica del crimine e al ritmo delle attività giornaliere (Vezzadini, 2006). Tale teoria sostiene che gli eventi criminali hanno luogo al ricorrere di determinati fattori spazio-temporali, ovvero alla convergenza di delinquenti, vittime o obiettivi in contesti specifici, in un tempo e in uno spazio definiti (Brantingham & Brantingham, 1991).

Da questo background teorico, che postula, dunque, l’esistenza di schemi ricorrenti nella commissione di determinati atti criminali, deriva la possibilità, inedita per le forze dell’ordine, di interrompere il meccanismo causale del crimine, anticipandolo (Roufa, n.d.): se un modello esiste, infatti, è possibile sapere tempestivamente quando, dove e come saranno commessi i crimini (Figura 1). Ciò, di conseguenza, incide sul funzionamento concreto della polizia predittiva: anni di dati e informazioni sugli eventi criminali vengono raccolti e catalogati in banche dati integrate e successivamente inseriti in un software che li analizza, col fine ultimo di trasformare tali informazioni dapprima in conoscenza sul dove e quando sia più probabile che avvenga un crimine e, conseguentemente, in una guida per la prevenzione (Beck & McCue, 2009).

Figura 1. Il metodo del predictive policing
Fonte: elaborazione eCrime su RAND, Predictive policing. The role in crime forecasting in law enforcement operations, Washington, 2013, p. XVIII

Infatti, attraverso l’analisi dei dati relativi ai luoghi di maggiore concentrazione dei crimini avvenuti in passato (hot spot) individuati dal software e l’utilizzo di modelli predittivi (modelli statistici, moduli di data mining), le forze dell’ordine possono organizzare in maniera più efficiente le risorse a propria disposizione, posizionandosi meglio sul territorio cittadino. In questo modo, possono essere presenti nelle zone in cui è previsto che si verifichi un reato quel giorno e in quella fascia oraria. Di conseguenza, hanno la possibilità di condurre interventi mirati e specifici. Il tipo di operazione che la polizia porrà in essere potrà variare a seconda della finalità cui mira, se la semplice deterrenza o, piuttosto, la soluzione definitiva di una questione criminale. L’operazione può condurre a dei risultati che presumibilmente ridurranno la criminalità in una determinata zona. Questi risultati vengono, quindi, inviati al database iniziale per essere ricompresi tra i dati e le informazioni da analizzare. E il ciclo si ripete (RAND, 2013). Allo stato attuale, le strategie di polizia predittiva possono essere classificate all’interno di quattro ampie categorie:

  1. metodi per la previsione della criminalità: sono approcci che mirano a prevedere il luogo e il tempo in cui è più probabile che avvenga un crimine. Generalmente questi metodi predittivi comportano lo studio dei dati relativi ai crimini passati, in quanto l’idea sottintesa è che il passato sia il prologo di quel che accadrà. Chiari esempi di tale approccio sono i progetti statunitensi e britannici di predictive policing, tra le esperienze internazionali che indubbiamente hanno fornito i migliori risultati in ambito di gestione e contrasto del fenomeno criminale in ottica preventiva e predittiva;
  2. metodi per la previsione del futuro aggressore: sono approcci che puntano ad identificare le classi di individui maggiormente a rischio di commettere un reato in futuro. Anche in questi casi, il database criminologico alla base delle analisi predittive è costituito essenzialmente dai record spazio-temporali dei crimini passati, cui, però, sono abbinate le informazioni relative ai criminali che li hanno commessi. Numerosi esempi di tale approccio si hanno negli Stati Uniti: in questi progetti, i ricercatori, dapprima identificano nel background del criminale una serie di fattori socio-demografici potenzialmente predittori di violenza; successivamente, elaborano un indice di rischio che viene utilizzato dalle forze dell’ordine per intervenire e/o prevenire i possibili casi di recidiva;
  3. metodi per l’elaborazione di un identikit criminale: sono approcci che puntano a creare profili per ricercare gli autori di reati passati. Essi si basano su modelli in grado di elaborare le schede dei potenziali sospettati a partire dalle informazioni conservate nei database più eterogenei: un esempio, in tal senso, è il britannico PNC (Police National Computer), un vasto database costruito per immagazzinare i dati relativi alle automobili in circolazione, che ha aiutato la polizia britannica nell’attività di prevenzione e repressione del crimine, anche grazie all’integrazione con il National Automated Fingerprint Identification System, un database contenente immagini delle impronte digitali di coloro che sono stati condannati o arrestati, e alla combinazione con l’Automated Number-Plate Recognition, un software che utilizza un computer a rete neurale per riconoscere i numeri delle targhe riprese da telecamere aeree (Lyon, 2003);
  4. metodi per la previsione della futura vittima: similmente agli approcci precedenti, la strategia di polizia predittiva così sviluppata mira a identificare i gruppi o, in alcuni casi, gli individui più a rischio di vittimizzazione. Base di partenza è l’integrazione dei dati provenienti da diverse fonti, come, ad esempio, le informazioni delle indagini di vittimizzazione con il database in possesso delle forze dell’ordine; i risultati di tale operazione consentono alle forze di polizia di aumentare la vigilanza nelle zone frequentate dai soggetti più a rischio.

Perché il crimine è prevedibile

Il fondamento teorico della polizia predittiva è rappresentato dalle teorie razionali e dalla criminologia ambientale, le quali ritengono che il crimine sia prevedibile sulla base dell’assunto che un criminale deciderà di commettere un delitto ogni qual volta il crimine sia altamente desiderabile e vi sia l’opportunità di commetterlo. Questa opportunità è data dal ricorrere di una serie di fattori, così come definiti dalle teorie razionali del crimine ed, in particolare, dalla “Teoria delle Attività di Routine” (Figura 2): la presenza di un autore motivato (motivated offender) e di “obiettivi/bersagli interessanti” (suitable targets), con la concomitante assenza del cosiddetto “guardiano capace” (capable guardian), cioè di una persona o comunque di un sistema (ad esempio, telecamere a circuito chiuso) che sia in grado di impedire che il crimine venga portato a compimento (Williams & McShane, 2002).

Figura 2. Il triangolo della criminalità secondo la “Teoria delle Attività di Routine”
Fonte: elaborazione eCrime su R. Clarke – J. Eck, Problem solving e analisi criminale (trad. it.), Trento, 2008, p. 27

In particolare, le teorie razionali sottolineano alcuni aspetti:

  • quando le attività abituali quotidiane di criminali e vittime si incrociano, la probabilità che avvenga un crimine cresce esponenzialmente (Figura 3). Alcuni luoghi (ad esempio, bar, parchi, centri commerciali), infatti, sono generatori o attrattori di criminalità di per sé (i cosiddetti crime generators/attractors), in quanto consentono la contemporanea presenza di criminali e vittime/obiettivi (Felson & Clarke, 1998);
  • le caratteristiche spazio-temporali influenzano il dove e il quando sia più probabile che avvenga un crimine. Infatti, la criminalità non è diffusa uniformemente, ma si concentra in alcuni luoghi (i cosiddetti hot spot) e durante alcune ore della giornata o alcuni periodi della settimana/mese/anno (Sherman, 1995; Harries, 1999);
  • i criminali prendono decisioni razionali sull’opportunità di perpetrare un reato considerando fattori come il luogo, la facilità di colpire il bersaglio e il rischio di essere scoperti (Felson & Cohen, 1979; Cornish & Clarke, 1986).

Da questi assunti deriva per le forze dell’ordine che rendono operativa la strategia del predictive policing la possibilità di orientare, in maniera più specifica e mirata, la propria azione preventiva, volta all’interruzione del meccanismo causale del crimine, mediante il rafforzamento della presenza degli agenti nei luoghi a più alta densità criminale. In questo modo, si vuole incentivare la funzione deterrente e, di conseguenza, rendere più rischiosa e meno vantaggiosa la commissione dell’atto criminale (Felson & Cohen, 1979; Cornish & Clarke, 1986).

Figura 3. Lo schema di comportamento dei criminali
Fonte: elaborazione eCrime su K. Rossmo, Geographic profiling, Boca Raton, 2000

Una strategia innovativa per il contrasto della criminalità

Il predictive policing rappresenta la metodologia più avanzata e recente in seno alle tattiche e alle strategie di polizia per il contrasto del fenomeno criminale. Affonda le proprie radici direttamente nel problem-oriented policing (Goldstein, 2001) e nell’intelligent-led policing (Ratcliffe, 2008), ovvero i due dei metodi che più hanno innovato l’attività di polizia negli ultimi quarant’anni, portandola da una risposta reattiva alle questioni criminali verso una risposta proattiva e preventiva. Il problem-oriented policing è un approccio di contrasto del crimine nato verso la fine degli anni ’70 negli Stati Uniti ed ha mutato radicalmente l’attività delle forze dell’ordine, basandosi sulla prevenzione, su una risposta proattiva degli agenti di polizia e sulla cooperazione con altri soggetti, pubblici e privati (es. enti pubblici, comunità di cittadini) (Goldstein, 1979). Tale metodo di prevenzione è stato successivamente sintetizzato nell’acronimo S.A.R.A. (Braga, 2002):

  • scanning, ossia identificazione di una potenziale questione criminale e definizione di questa come necessitante di un’azione di contrasto oppure no;
  • analysis, ossia raccolta e analisi dei dati sul problema identificato, per determinarne la portata, la natura e le cause;
  • assesment, ossia valutazione dell’efficacia della risposta al problema.

Il secondo approccio, ossia l’intelligent-led policing, rappresenta una strategia di polizia affine al problem-oriented policing, da cui però si differenzia per l’attenzione posta non sui problemi di fondo che causano la criminalità, ma sull’analisi delle informazioni, indicando in tale attività la base di partenza per la successiva pianificazione tattica e strategica delle forze di polizia. Questi strumenti, tecniche e processi, infatti, consentono alle autorità di pubblica sicurezza di identificare e caratterizzare le tendenze, i modelli e le relazioni nei dati associati ai comportamenti illegali e di agire conseguentemente (Ratcliffe, 2008; Beck & McCue, 2009).

Partendo da questi presupposti, il predictive policing ha però compiuto un ulteriore passo avanti: la peculiarità della polizia predittiva è, infatti, la sua capacità di anticipare o predire il crimine. Questo grazie ai recenti strumenti ICT (Information and Communication Technology), che hanno reso possibile analisi sempre più dettagliate e qualitativamente migliori della grande mole di informazioni di cui dispongono le forze dell’ordine nell’attività di contrasto della criminalità per la gestione della sicurezza a livello urbano nella società contemporanea.

La lotta al crimine nella società dell’informazione

Nella società contemporanea, la cosiddetta società dell’informazione (Sartori, 2012), un’infinità di dati investe, ogni giorno di più, qualunque aspetto della vita quotidiana. Questo incremento quantitativo di informazioni sta producendo un cambiamento nell’analisi dei dati (Schonberger & Cukier, 2013), per cui è divenuto sempre più problematico recuperare informazioni significative. Per dirlo con le parole di Naisbitt, “we are drowning in information but starved for knowledge” (Naisbitt, 1982). Pertanto, si è reso indispensabile avvalersi del processo di KDD (Knowledge Discovery in Database), ovvero di quell’attività informatica che, adottando una serie di tecniche e metodologie, ricomprese nel concetto di ICT, ha per oggetto l’estrazione di conoscenza a partire dalla grande quantità di dati immagazzinati nei database (Dulli & Furini & Peron, 2009). Fulcro di tale processo sono gli algoritmi di data mining, grazie ai quali è possibile “esplorare” i dati e individuarne similitudini, al fine di poterli eventualmente “modellizzare”.

Nell’attuale contesto storico, quindi, l’attività di data mining coinvolge anche le forze dell’ordine, che devono fronteggiare il crimine dovendo maneggiare un gran numero di informazioni. A tale compito, nei recenti progetti di polizia predittiva e di predictive urban security, come eSecurity, sono dunque deputati gli strumenti ICT. Questo nuovo paradigma di contrasto del crimine ha ricombinato in maniera del tutto innovativa, grazie all’utilizzo delle suddette tecnologie, le conoscenze provenienti dalle teorie razionali e dalla criminologia ambientale, gli schemi operativi risultanti dal problem-oriented policing (POP) e dall’intelligent-led policing e la grande quantità di dati di cui può disporre la polizia del XXI secolo. L’attuazione del paradigma del predictive policing ha trovato riscontro in numerose esperienze internazionali, riconducibili essenzialmente a tre progetti:

  1. il software Blue CRUSH (Crime Reduction Utilizing Statistical History), sviluppato nel 2005 dall’IBM in collaborazione con l’Università e la polizia di Memphis in Tennessee (USA), il cui obiettivo iniziale era la diminuzione della criminalità di strada che deprimeva l’economia locale e grazie al quale è stata possibile una riduzione del 25% dei reati contro la persona e contro il patrimonio, rispetto ai mesi immediatamente antecedenti la messa in opera del programma;
  2. il software PredPol (Predictive Policing), sviluppato nel 2011 da un team di ricercatori dell’Università di Santa Clara e dell’Università della California, in collaborazione con la polizia di Santa Cruz e Los Angeles in California (USA), che, in un contesto economico di tagli al personale e alle risorse dei dipartimenti di polizia, ha contribuito ad una riduzione tra il 12% (a Foothill, Los Angeles) e il 25% (a Santa Cruz) dei reati contro il patrimonio;
  3. il caso di Trafford (UK), coordinato dai ricercatori del Jill Dando Institute of security and crime science di Londra con la collaborazione della polizia di Greater Manchester (UK), il cui obiettivo era ridurre la multi-vittimizzazione in caso di furto in abitazione e grazie al quale si è riscontrata una diminuzione del 26% dei furti nelle case rispetto ai mesi antecedenti alla realizzazione del progetto.

Concetti fondamentali

  1. Il predictive policing è una strategia di polizia che utilizza informazioni e sviluppa analisi avanzate per la previsione delle zone a più alta densità criminale in ambito cittadino, al fine di prevenire la criminalità futura.
  2. Il fondamento teorico della polizia predittiva è rappresentato dalle teorie razionali e dalla criminologia ambientale, le quali ritengono che il crimine sia prevedibile sulla base dell’assunto che un criminale deciderà di commettere un delitto ogni qual volta il crimine sia altamente desiderabile e vi sia l’opportunità di commetterlo. In particolare, tali teorie sottolineano che le attività quotidiane dei criminali e delle vittime, insieme con le caratteristiche spazio-temporali, influenzano il dove e il quando sia più probabile che avvenga un crimine.
  3. Il fondamento strategico del predictive policing è rappresentato dal POP (problem-oriented policing) e dall’intelligent-led policing. Il primo ha guidato l’attività di polizia da una risposta reattiva ad una risposta proattiva e preventiva; il secondo ne ha modificato la base di partenza, indicando nell’attività di analisi delle informazioni il punto iniziale per la successiva pianificazione tattica e strategica delle forze di polizia.
  4. Nella società contemporanea, la cosiddetta società dell’informazione, una grande quantità di dati investe, ogni giorno di più, qualunque aspetto della vita quotidiana, e dunque anche l’attività di polizia. La difficoltà nel reperire informazioni significative ha indotto ad utilizzare una serie di tecniche e metodologie, ricomprese nel concetto di ICT, che hanno per oggetto l’estrazione di conoscenza a partire dai numerosi dati immagazzinati nei database. Fulcro di tale processo sono gli algoritmi di data mining.
  5. Da questo background deriva la possibilità, inedita per le forze dell’ordine, di interrompere il meccanismo causale del crimine, anticipandolo. Infatti, anni di dati ed informazioni sugli eventi criminali vengono raccolti e catalogati in banche dati integrate e successivamente inseriti in un software che li analizza. Con i dati e gli hot spot individuati le forze dell’ordine possono meglio posizionarsi ed esser presenti nelle zone in cui è “previsto” che si verifichi un reato quel giorno. L’operazione di polizia conduce a dei risultati che vengono inviati al database per essere ricompresi tra i dati e le informazioni da analizzare. E il ciclo si ripete.

Immagini della folla

“Ordine pubblico, regole private: Rappresentazioni della folla e prescrizioni comportamentali nei manuali per i Reparti mobili”,  Enrico Gargiulo – 2015

Sovversivi e facinorosi: la folla irrazionale tra categorizzazioni e generalizzazioni

La folla, secondo gli autori dei testi qui analizzati, darebbe forma a «un’anima collettiva che riduce la personalità cosciente degli individui, tanto che questi sono incapaci di essere guidati dalla propria volontà» (GIA, p. 52), ed è dipinta come un’entità i cui comportamenti sono dettati da fattori puramente emozionali e irrazionali: in altre parole, è un organismo guidato dai propri «umori», come tali variabili e capaci di mutare in maniera repentina (GEG, p. 120). La «suggestionabilità», più in dettaglio, sembra essere la sua cifra costitutiva (GIA, p. 52): una massa di individui «non è influenzabile con i ragionamenti, perché pensa per immagini ed è colpita solo dalle immagini» (GEG, p. 45).

La folla, dunque, deresponsabilizza: al suo interno, il singolo «si sente come libero di abbandonarsi ai comportamenti più disparati. Ciò che da solo non avrebbe mai compiuto ora diventa possibile perché quando è disperso nella folla l’individuo è anonimo e quindi si alza al massimo livello il grado di impunità delle sue azioni» (ivi, p. 45); inoltre, «sentendosi inserito in una realtà che lo trascende, tende a trasferire sul piano sociale le sue aspirazioni talché si può dire che è l’organismo sociale che agisce, sceglie ed opera per lui» (GIA, p. 49).

Il singolo, in sostanza, più che un attore protagonista sembra essere una vittima del gruppo:

il minore autocontrollo, con la correlata predisposizione ad imitare gli altri, facilita la intrapresa di azioni che non sono proprie del nostro modo usuale di comportarci. Tali azioni non sono precedute, come quando operiamo in situazioni normali, da quel minimo di meditazione che di solito è necessario per valutare i nostri atti. Tutto nella folla si verifica rapidamente: gli uomini agiscono in tali circostanze quasi volessero sottrarsi ai richiami della propria coscienza (ivi, p. 51).

Il sapere sulla folla contenuto in questi passaggi è ricavato principalmente da studi risalenti alla fine del XIX secolo o, al più, agli inizi del XX, e nello specifico dalle teorie di Le Bon – le cui intuizioni e le cui conclusioni sono ritenute una base di partenza imprescindibile nello studio dei comportamenti collettivi (GEG, p. 44) — e di Sighele. I manuali, non a caso, dedicano paragrafi o interi capitoli all’illustrazione di queste teorie. Quando le concezioni richiamate sono più recenti e le argomentazioni sono più articolate, come nel caso di D’Ambrosi e Barresi (2004), la prospettiva e le conclusioni sono comunque simili, con l’unica differenza che alla dimensione emotivo-irrazionale si aggiunge quella socio-relazionale: la violenza nelle piazze e negli stadi è frutto della vulnerabilità sociale (p. 114), di problemi esistenziali e familiari:

ragazzi che conducendo una vita vuota e noiosa, possono sentirsi spinti a considerare la violenza di piazza come un qualcosa che rompe la monotonia. È dunque possibile considerare la violenza di gruppo e di piazza come un’iper-partecipazione collettiva ad eventi in cui soprattutto i soggetti che vivono ai margini della società rivendicano un ruolo attivo e centrale nell’assenza di avvenimenti reali e nell’indifferenza generale (p. 115).

La rappresentazione della folla proposta dai manuali, oltre che sull’irrazionalità e sulla deresponsabilizzazione, è incentrata sull’omologazione di soggettività sociali differenti. Da questa prospettiva, i testi qui analizzati, con riferimento specifico all’ambito dell’ordine pubblico e della sua gestione, evidenziano la presenza di un’operazione cognitiva piuttosto ricorrente nelle rappresentazioni della società fornite dalla polizia: il livellamento della popolazione. Questa operazione, secondo Van Maanen (1978), può essere ricondotta all’isolamento avvertito dai membri delle forze di pubblica sicurezza, i quali, sentendosi vittime dell’incomprensione, o addirittura dell’odio, da parte dei cittadini, tenderebbero di conseguenza a percepirsi come un gruppo compatto che si contrappone a un ambiente sociale ostile.

Nei manuali, il livellamento avviene laddove i manifestanti, mediante il ricorso all’espediente retorico della generalizzazione (Van Dijk, 2004), sono posti sullo stesso piano di altre categorie comunemente oggetto di attenzione da parte delle forze dell’ordine. Il linguaggio usato al loro interno, nello specifico, favorisce l’annullamento delle differenze tra chi partecipa a eventi di protesta e altre categorie di individui: la confusione tra soggettività sociali molto distanti tra loro passa, con estrema frequenza, attraverso l’attribuzione di etichette dispregiative – «facinorosi», «scalmanati», «provocatori» – e, quindi, attraverso il ricorso alla macrostrategia semantica della presentazione negativa dell’altro e all’espediente retorico della drammatizzazione (Van Dijk, 2004). Esempi di queste strategie discorsive sono forniti dal seguente passaggio – «gli operatori italiani vanno allo sbaraglio, finendo sotto assedio per effetto di cariche stile ‘800, carne da macello in una lotta asimmetrica contro vandali esaltati da droghe o noia e armati di bombe, fumogeni, razzi, coltelli, tubi e corazze» (GEG, p. 98) – e dall’uso frequente di alcuni termini, come quello di «raptus» (ad esempio, in DAD, p. 54), per caratterizzare negativamente in senso psicologico le azioni della folla.

In generale, i manuali fanno ampiamente ricorso alla categorizzazione linguistica dei manifestanti, tracciando linee tramite cui gruppi di soggetti internamente poco differenziati sono individuati e separati dalle persone comuni. L’uso di questo dispositivo discorsivo non sorprende, dato che la costruzione di categorie artificialmente omogenee è un’attività tipica della polizia, la quale, molto spesso, impiega sistemi di classificazione articolati e dinamici. Van Maanen (1978), ad esempio, ha descritto in maniera dettagliata le modalità con cui la polizia statunitense attribuisce l’etichetta di asshole a un insieme piuttosto eterogeneo di persone: giovani militanti, operatori sociali ma anche individui senza fissa dimora o con problemi di alcolismo. Gli assholes sono accomunati soltanto dalla caratteristica di attirare l’attenzione degli agenti comportandosi in maniera «inappropriata» e contestando la legittimità delle loro azioni, e si distinguono nettamente tanto dalle persone comuni quanto da quelle sospette.

In contesti spazialmente e temporalmente diversi dall’ambiente studiato da Van Maanen, le forze dell’ordine costruiscono socialmente altri insiemi di individui. Come mostrato di recente da Fassin in una ricerca sulle periferie di Parigi, le Brigate anticrimine sono poco interessate agli assholes, concentrandosi invece su un’altra categoria di persone, che chiamano «i bastardi», composta da giovani dei quartieri popolari appartenenti a minoranze (2013, p. 149). I poliziotti studiati da Fassin, più in dettaglio, utilizzano il termine «bastardo» esprimendo un evidente disprezzo ma senza toni ingiuriosi, trasformando questo termine in una sorta di nome comune che può essere volta per volta precisato, chiarendo magari che la persona con cui in un dato momento si ha a che fare è un «nero» o un «arabo». Tramite la categoria dei «bastardi», la polizia costruisce il proprio pubblico come «un insieme indifferenziato all’interno del quale il deviante diventa difficile da distinguere dalla persona onesta, poiché i due condividono le stesse caratteristiche fisiche, sociali e territoriali» (ivi, p. 151). Più in generale, nell’immaginario delle forze dell’ordine studiate da Fassin, la dicotomia tra «gente perbene» e «delinquenti» tende a complicarsi, dal momento che categorie relativamente omogenee sono costruite attorno a una polarità amico/nemico frutto di distinzioni complesse e ambigue (ivi, p. 158) e soggetta a continui cambiamenti: la parte di popolazione nemica, infatti, non viene delimitata in modo permanente, potendo espandersi indefinitamente a seconda delle circostanze (ivi, p. 159).

I manuali, a riguardo, oltre a un uso abbondante della categorizzazione, mostrano in maniera evidente un simile ampliamento della categoria del nemico: se infatti la polizia, come rileva Waddington (1994), attua continuamente una distinzione tra manifestanti «buoni e «cattivi», è possibile dire che, all’interno di questi volumi, i secondi risultano essere la maggioranza. I testi qui analizzati, nello specifico, estendono a dismisura l’insieme dei non-amici facendo ricorso a un ben preciso dispositivo discorsivo: l’estremizzazione. In altre parole, a essere impiegata è la figura retorica dell’iperbole (Van Dijk, 2004): coloro che scendono in piazza sono indistintamente indicati con l’appellativo di «sovversivi», mentre le loro caratteristiche sono descritte all’interno di capitoli dedicati alla guerriglia urbana (a riguardo, cfr. GIA e GEG).

L’elenco dei «sovversivi» è molto lungo ed eterogeneo: va dai «gruppi di fuoco» ai medical team e ai legal team – rei di fornire «coperture» e «appoggi esterni» – passando per le tute bianche – a cui è contestato l’uso di pneumatici per respingere le cariche della polizia – i disobbedienti – il cui apporto alla guerriglia urbana è consistito nell’aver lanciato una serie di laboratori sulle esperienze del G8 di Genova – gli studenti, «che da sempre dimostrano propensione per la violenza rivoluzionaria, hanno tempo da impiegare a favore della causa e sono fisicamente idonei allo scontro-e-fuga – per finire poi con alcune professionalità, come ad esempio i chimici e gli operai metallurgici, particolarmente utili «per la preparazione degli artifizi esplosivi o per l’attività di scasso o fabbricazione in casa di armi (di solito si organizzano specifici corsi)» (GEG, p. 65).

A questo cocktail di soggetti sociali tra loro radicalmente diversi fa da complemento un elenco, altrettanto eterogeneo, di attività tipiche della guerriglia. Si va dagli scontri armati a forme di disobbedienza civile non connotate da comportamenti violenti (come sit-in, incatenamenti e cordoni umani) passando per le occupazioni e le attivazioni di squat, i concentramenti di persone e le attività di informazione – descritte come una sorta di intelligence iper-sofisticata e articolata (ivi, p. 70).

Capi e guerriglieri: la folla iper-razionale tra criminalizzazione e depoliticizzazione

Quando i manuali fanno ricorso al dispositivo dell’estremizzazione, il carattere della folla non è più irrazionale ed emotivo ma tende a farsi assolutamente razionale e pianificatore. I preparativi delle azioni offensive, ad esempio, sono descritti in questo modo:

nella pianificazione le armi, le munizioni, le protezioni ecc. sono preparati in anticipo rispetto allo scontro, dando la massima importanza ai metodi per l’esecuzione di un’azione, per evitare errori e ottenere lo scopo prefissato. Si approfondiscono le tattiche militari e le tecniche del nemico, ci si prepara ad eliminare le prove contro sé stessi ed amplificare ed evidenziare quelle dell’avversario. (ivi, p. 68)

Anche le protezioni impiegate dai manifestanti sono considerate parte della strategia della «guerriglia» e la loro finalità difensiva è negata: «caschi (da cantiere, da moto) per la difesa passiva della testa», «fazzoletti e passamontagna», «maschere (antigas, da subacqueo, da agricoltura, antismog)» mirano esclusivamente a nascondere il volto per rendere impossibile il proprio riconoscimento (nei filmati o altro) ed evitare l’addebito delle condotte illecite tenute» (ivi, p. 65).

Nei passaggi in cui è in funzione il dispositivo dell’estremizzazione, dunque, emerge una visione delle formazioni sociali con cui le forze di polizia entrano in contatto differente da quella individuata in precedenza e caratterizzata da una maggiore razionalità. Questa duplice visione della folla – del tutto istintuale ed emotiva o, al contrario, iper-calcolatrice – è almeno in parte contraddittoria ed evidenzia criticità teoriche all’interno dei testi qui analizzati.

Analoghe incongruenze caratterizzano anche le pagine dedicate a illustrare la figura del «capo» e a far apparire come «naturale» la distinzione – che assume quasi una dimensione ontologica – tra chi comanda e chi obbedisce:

l’intero tessuto della vita sociale è retto da un principio fondamentale che è da tutti acquisito e che viene considerato come condizione stessa dell’ordine sociale, tanto è vero che viene chiamato ribelle, in tono dispregiativo, colui che non accetta tale principio: vi sono individui che primeggiano, ai quali v:iene attribuito il potere di impartire istruzioni, di assumere iniziative, di decidere le scelte, ed ai quali spetta di attendersi un comportamento di altri individui basato sul rispetto delle loro decisioni e delle loro indicazioni, sull’accettazione delle loro scelte, in genere sul riconoscimento di uno stato di preminenza manifestantesi nei più diversi modi. I primi sono detti «capi» e gli altri «gregari». Il rapporto capo-gregario regge la struttura di ogni tipo di società, da quelle più moderne, del tipo di massa, a quelle chiuse, del tipo arcaico-tribale (ivi, pp. 39-40).
è noto che l’individuo non fa che identificarsi nel capo: tale processo di identificazione è stato definito un surrogato psicologico, in quanto soddisfa al bisogno del singolo di sopperire in qualche modo alla mancanza di sicurezza, alla debolezza che egli avverte dinanzi allo strapotere dei gruppi, o addirittura della massa (ivi, p. 42).

Dei capi, nello specifico, è fornita una rappresentazione estremamente dettagliata e analitica:

tra capo formale e capo non formale vi sono delle differenze. Nella situazione folla il capo non ha nulla a che vedere con il capo comunemente inteso; il capo nella folla è l’individuo che, durante una dimostrazione, grida: «andiamo a…», nelle situazioni già definibili di tumulto, si fa largo e per primo lancia un sasso contro la Polizia o, infine, dirige un gruppo di scalmanati che cercano di erigere una barricata. Ci si riferisce agli oratori improvvisati che arringano la gente, all’individuo che incita alla violenza, al sindacalista che dirige una manifestazione di scioperanti, ecc. (ivi, pp. 40-41).

I capi informali sono descritti come persone dotate di adeguati strumenti «tecnici» di gestione della folla:

Alcuni di questi capi non formali che hanno un notevole rilievo nella determinazione della condotta della folla, hanno subito un processo di tecnicizzazione divenendo, in breve, veri professionisti. Ci si riferisce a quelle persone che, attraverso una lunga esperienza, maturata anche attraverso corsi di studio, hanno acquisito e perfezionato nozioni ed affinato intuizioni che possono senz’altro farli considerare dei veri e propri tecnici della folla (ivi, p. 41).

Nuovamente, dunque, accanto a immagini irrazionali della folla sono collocate descrizioni iper-razionali di alcuni soggetti che ne fanno parte. Questa doppia rappresentazione, se per certi versi può apparire credibile – le masse in preda all’emotività trovano una guida nella fredda capacità di pianificazione dei capi -, evidenzia anche, per altri versi, una valenza strumentale: l’accentuazione della razionalità di alcuni individui, infatti, è funzionale alla loro criminalizzazione e, più in generale, alla delegittimazione dei manifestanti come tali.

I manuali, ad esempio, istituiscono in maniera esplicita un nesso tra la razionalità dei capi e la loro natura criminale: dalla prospettiva dei loro autori, il «criminale» è logicamente portato a rivestire il ruolo di leader in quanto è un individuo che già «ha superato il confine che divide il lecito dall’illecito e trova proprio nelle occasioni di tumulto la possibilità di dare sfogo all’odio contro i suoi eterni antagonisti: i tutori dell’ordine costituito, scaricando così la sua tensione individuale»; inoltre, egli «ha spesso l’esperienza del capo, avendo diretto l’azione di bande, e comunque è soggetto cui non possono mancare l’astuzia ed il coraggio»; per questa ragione, «in caso di tumulto […] spera di poterne trovare vantaggio partecipando a probabili saccheggi» (ivi, pp. 42-3).

La strategia della criminalizzazione è visibile anche nei passaggi in cui è approfondita la figura del «guerrigliero», la cui capacità pianificatrice è esaltata e la cui immagine complessiva, al contempo, è estremizzata in maniera grottesca, finendo quindi per essere ridicolizzata. Questo soggetto, nello specifico, è descritto come un individuo convinto che esista

un nuovo ordine mondiale da ottenere solo con disordine, violenza permanente e continua e, usando linguaggi mutuati dalla terminologia antimperialista ovvero marxista-leninista, […] si ritiene autorizzato moralmente a: espropriare, come forma presunta e anticipata di difesa del bene comune (anche se di altri!); creare e alimentare il disordine sociale; danneggiare ovvero distruggere; pretendere la solidarietà per la propria causa, giudicata come l’unica meritevole di attenzione e sacrifici; scontrarsi con le «forze governative» (comunque sempre definite con locuzioni dispregiative: sbirri, agenti della dittatura ovvero dell’imperialismo, criminali in divisa, milizia) per un preteso diritto di espressione della manifestazione del proprio pensiero (anche in forma di contestazione violenta) e di affermazione del proprio spazio vitale, perché niente è illegale per la causa (ivi, p. 62).

Il guerrigliero appare dunque come una sorta di bambino capriccioso e irragionevole, dalla cui prospettiva la violenza è «legittima per sovvertire il Sistema, perché “la libertà si prende” e “se vuoi una cosa, prenditela”» (Ibidem), e le cui motivazioni sono considerate fondamentalmente spurie: egli/ella viene dipinto/a come una sorta di predatore pronto a usare le armi, a passare alla lotta armata, a innescare un tipo di conflitto che viene rappresentato come politico ma che, in realtà, è soltanto «espressione di devianza» (ivi, p. 63).

La criminalizzazione, pertanto, sia con riferimento alla figura del guerrigliero sia con riferimento alla figura del capo, si configura come una strategia gemella rispetto a quella della de-razionalizzazione: entrambe, infatti, sono finalizzate a delegittimare i comportamenti dei manifestanti svuotandoli di un contenuto genuinamente politico. Le azioni della folla, in altre parole, sono descritte come criminali o come irrazionali, mai come politiche, e sono private, per questa ragione, di qualunque legittimità.

La delegittimazione dei manifestanti, più precisamente, passa attraverso la diffusione di una concezione patologica della contestazione sociale: chi rivendica diritti o critica le scelte del governo (oppure di altri attori politico-economici), se non è un individuo equivoco, un soggetto intrinsecamente pericoloso o un estremista assetato di violenza che agisce coperto da ragioni ideologiche puramente strumentali, è molto probabilmente una persona instabile mentalmente. La possibilità che tali azioni discendano da una coscienza politica consapevole e ben strutturata è quindi negata: il conflitto, oltre una certa soglia, ha sempre cause strumentali o emotive e mai ragioni veramente politiche.

Questa negazione è esemplificativa di un atteggiamento generale volto, come evidenziato da Quadrelli (2010, p. 26), a ridurre gli individui subalterni a «semplici fenomeni culturali» e le loro intemperanze a mero «oggetto di un insieme di poteri-saperi specialistici quali la criminologia, la psichiatria, ecc.». Non sorprende, quindi, che gli studi a cui i manuali fanno più volte riferimento nel delineare una concezione patologica dei manifestanti abbiano a oggetto – come si è visto in precedenza – la psicologia della folla e la devianza, e non i movimenti sociali o gli aspetti socio-politici delle mobilitazioni collettive.


Documenti citati:

  • GIA: Gianni, 2000
  • GEG: Girella, Girella, 2008
  • DAD: D’Ambrosi, Adornato, 2006

Il primo dei testi selezionati (GIA) è un manuale effettivamente impiegato nella formazione della polizia: non è in vendita nelle librerie ed è a uso esclusivamente interno; nello specifico, è stato commissionato all’editore dal Ministero dell’interno. Gli altri due volumi (GEG e DAD) sono invece in commercio e non è certo se siano effettivamente utilizzati nei corsi di formazione per i reparti mobili.

Testo completo:
https://archive.org/details/ordine-pubblico-regole-private-rappresentazioni-della-folla-e-prescrizioni-compo

Riconoscimento facciale: tecniche, sistema SARI e SARI RealTime

“Spazi urbani e percezione della sicurezza. Strategie di sostenibilità sociale e nuove narrazioni della sicurezza”, Quaderno della Rivista Trimestrale della Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia – 2024

Il riconoscimento facciale rappresenta una delle tecnologie emergenti più discusse nell’ambito della sorveglianza e della sicurezza pubblica. Tale tecnologia consente l’identificazione automatica degli individui mediante l’analisi delle immagini digitali che raffigurano i loro volti. La tecnica, basata su algoritmi complessi di intelligenza artificiale e machine learning, ha trovato applicazione in molteplici contesti, tra cui il sistema di riconoscimento automatico delle immagini SARI Enterprise utilizzato dalla Polizia di Stato.

Il riconoscimento facciale si basa su un processo articolato in diverse fasi. La prima fase è l’acquisizione dell’immagine, che può avvenire tramite fotografie o registrazioni video. Tale acquisizione può essere interattiva, quando avviene con la cooperazione consapevole dell’individuo, o passiva, quando viene eseguita senza la consapevolezza del soggetto interessato. Successivamente, si passa all’individuazione del volto, ovvero alla separazione del volto dallo sfondo dell’immagine. Segue la fase di normalizzazione, durante la quale le variazioni presenti nelle regioni del volto dovute a diverse condizioni di illuminazione o angolazioni vengono attenuate. Tale processo può includere la conversione delle immagini ad una dimensione standard o l’allineamento delle distribuzioni dei colori.

La fase successiva è l’estrazione delle caratteristiche, in cui vengono recuperati gli elementi distintivi dell’immagine facciale. Questi elementi, noti come Eigenfaces o Eigenpictures, sono utilizzati per creare modelli matematici che rappresentano le caratteristiche uniche di un volto. Infine, si procede alla fase di classificazione, in cui l’immagine acquisita viene confrontata con un database di immagini per identificare o verificare l’identità del soggetto.

Il Sistema Automatico di Riconoscimento delle Immagini S.A.R.I. Enterprise. consente di effettuare ricerche nella banca dati AFIS (Automated Fingerprint Identification System) tramite l’inserimento di un’immagine fotografica di un soggetto ignoto. L’immagine viene elaborata da due algoritmi di riconoscimento facciale che producono un elenco di immagini ordinate secondo un grado di similarità. In termini operativi, dalla acquisizione dell’immagine fotografica di un soggetto ignoto, il sistema, in tempi brevissimi, propone all’operatore un elenco di foto segnaletiche di soggetti presenti nella banca dati in ordine di similarità, unitamente ad una percentuale di matching.

Oltre alla modalità di funzionamento tradizionale (ex post), il sistema SARI può operare in modalità Real Time. In particolare, il SARI Real-Time è composto da un sistema video in grado di analizzare in tempo reale i volti dei soggetti ripresi dalle telecamere installate in punti di osservazione mobili e confrontarli con foto segnaletiche di interesse investigativo estratte da AFIS. Il sistema, durante l’analisi dei flussi video, memorizzerà i volti sottoposti al controllo solo nel caso in cui avvenga un match di confronto con foto-segnaletiche inviando un alert agli operatori. In ogni caso, un operatore qualificato avrà l’obbligo di riscontrare ulteriormente quanto segnalato dal software.

Nonostante le potenzialità, l’uso di SARI Real Time solleva numerose preoccupazioni in merito alla precisione dei risultati e alla privacy degli individui. La tecnologia di riconoscimento facciale in tempo reale si basa su algoritmi che effettuano calcoli probabilistici per individuare corrispondenze tra le immagini. Tuttavia, tali operazioni sono sempre soggette a una certa percentuale di errore, con la possibilità di falsi positivi (identificazioni errate) e falsi negativi (mancate identificazioni).

Il Garante per la protezione dei dati personali ha, infatti, espresso diverse riserve sull’uso di SARI Real Time, evidenziando i rischi di sorveglianza di massa e le possibili violazioni della privacy. Il software, infatti, non è ancora operativo in quanto il Garante sta valutando l’impatto del sistema sulla protezione dei dati sensibili.

L’uso della tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale, funzionale alle politiche di predictive policing, è al centro del dibattito normativo e giurisprudenziale sollevando importanti questioni soprattutto in relazione al bilanciamento tra esigenze di sicurezza pubblica e rispetto della tutela dei diritti fondamentali. La polizia predittiva si basa, invero, su una raccolta massiccia di dati personali, che devono essere gestiti in conformità con le normative sulla protezione dei dati, come il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) dell’Unione Europea. L’adozione di queste tecnologie deve essere, pertanto, accompagnata da un rigoroso quadro normativo che tuteli i diritti fondamentali e garantisca la trasparenza e l’accountability dei sistemi utilizzati, nonché da misure appropriate per mitigare i rischi associati alla privacy.

Rilevanti appaiono anche le questioni etiche legate al rischio di discriminazione e profilazione. Gli algoritmi di polizia predittiva possono, anche involontariamente, perpetuare bias esistenti nei dati storici, determinando una sorveglianza sproporzionata di determinate comunità. È essenziale, inoltre, che gli operatori umani mantengano il controllo e la responsabilità delle decisioni operative. In tale indirizzo il Regolamento sull’Intelligenza Artificiale (AI Act) Europea, mira a stabilire un quadro giuridico che assicuri la conformità etica e legale, promuovendo un utilizzo dell’IA che sia trasparente, equo e rispettoso dei diritti umani. Il testo pone particolare enfasi sulla gestione dei rischi, la trasparenza degli algoritmi e la responsabilità dei soggetti che sviluppano e utilizzano tecnologie IA, contribuendo così a prevenire i bias e consentendo di valutare e misurare le performance delle pubbliche amministrazioni. Basato su un presupposto di calcolo del rischio per i diritti fondamentali, il Regolamento differenzia gli usi della AI in base al livello di rischio: inaccettabile, alto, basso o minimo. In particolare, i sistemi di polizia predittiva e i sistemi di identificazione biometrica per il controllo sociale sono considerati tra gli utilizzi che possono comportare un rischio inaccettabile per i diritti fondamentali. Ne viene, pertanto, vietato l’uso per attività di predizione (come “real-time investigation” e “pre-crime practices” se basate esclusivamente sulla profilazione o sulla valutazione delle caratteristiche di una persona), ma si consente l’impiego per ragioni di sicurezza nazionale e attività investigative post-crimine.

Tale regolamento mira a stabilire un quadro giuridico che assicuri la conformità etica e legale, promuovendo un utilizzo dell’IA che sia trasparente, equo e rispettoso dei diritti umani. Il regolamento pone particolare enfasi sulla gestione dei rischi, la trasparenza degli algoritmi e la responsabilità dei soggetti che sviluppano e utilizzano tecnologie IA, contribuendo così a prevenire i bias e consentendo di valutare e misurare le performance delle pubbliche amministrazioni.

L’intelligenza artificiale nella polizia predittiva

“Spazi urbani e percezione della sicurezza. Strategie di sostenibilità sociale e nuove narrazioni della sicurezza”, Quaderno della Rivista Trimestrale della Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia – 2024

Le radici della “predictive policing”, letteralmente definita come “the use of data and analytics to predict crime”, risalgono ai primi anni del XXI secolo, quando le Forze di Polizia negli Stati Uniti iniziarono a sperimentare l’uso di modelli matematici per la prevenzione del crimine. La “polizia predittiva” contempla un insieme di attività di analisi dei dati inerenti crimini consumati nel corso degli anni: la loro collocazione temporale, la georeferenziazione e le ricorrenze riscontrate sui modus operandi di criminali riconducibili a motivazioni, opportunità, profili di vittima, scelte temporali e schemi di azione. La combinazione di questi elementi consente di acquisire informazioni che configurano la probabilità futura della reiterazione dell’evento, evidenziando la concentrazione spaziale dei delitti sul territorio. Il fine ultimo della strategia di base della predictive policing è l’allocazione ottimale delle risorse umane e degli interventi della polizia.

La predictive policing comprende diverse tipologie di software che, nonostante le loro peculiarità, seguono un medesimo processo articolato in tre fasi. In primo luogo, si inseriscono dati di una o più tipologie nel sistema. Successivamente, i dati inseriti vengono analizzati attraverso un metodo algoritmico al fine di elaborare la specifica previsione cui il sistema è finalizzato. Infine, gli agenti di polizia utilizzano tale previsione per informare le decisioni strategiche e tattiche sul campo. Molteplici sono le varianti delle possibili applicazioni concrete a seconda del tipo di dati utilizzati, della tecnica algoritmica impiegata e, soprattutto, del tipo di predizione che si intende ottenere.

Sotto quest’ultimo profilo, si distinguono due principali tipologie di sistemi: i sistemi place-based e i sistemi person-based. I primi elaborano una predizione basata sull’individuazione delle aree urbane (crime hot spot e “riserve di caccia”) dove è probabile che si verifichino reati, mentre i secondi forniscono una previsione di rischio individuale, identificando coloro che potrebbero commettere reati o diventarne vittime. In questo ambito, esiste un sottogruppo di software denominati suspect-based, che delineano il profilo del possibile autore di un determinato reato o di una serie di reati seriali.

L’idea di fondo alla base dell’implementazione degli strumenti place-based è che alcune tipologie di reati tendono ad avere un effetto domino nelle aree limitrofe e, quindi, a essere seguiti da altri reati della stessa specie. Ciò accade perché lo stesso autore torna nel medesimo luogo per commettere nuovi reati o perché sussistono condizioni ambientali che alimentano la criminalità, come l’assenza di Forze di Polizia nell’area. Questo fenomeno, noto come «near repeat effect», ispira gran parte dei sistemi di predictive policing attuali, che trovano conferma empirica soprattutto nei reati contro il patrimonio.

Preliminarmente, il concetto di hot spot, individua le aree geografiche in cui è più probabile che si verifichino crimini, sulla base di dati storici e modelli previsionali. Gli hot spots vengono identificati utilizzando algoritmi che analizzano dati storici sui crimini, considerando variabili come il tipo di reato, l’ora e il luogo di commissione. Questo approccio si basa sull’idea che i crimini non si distribuiscono in modo casuale nello spazio urbano, ma tendono a concentrarsi in specifiche aree. L’identificazione di questi siti consente alle Forze di Polizia di allocare le risorse in modo più efficiente, aumentando la presenza nelle aree a rischio e potenzialmente prevenendo crimini prima che accadano.

L’individuazione delle “riserve di caccia” urbane, fornisce un modello utile per comprendere il comportamento criminale ripetitivo, traendo il fondamento teorico dall’unione delle teorie della «rational choice» e della «routine activity». La teoria della «rational choice» si basa sull’assunto che i criminali agiscano in modo razionale e, come i predatori in natura che esplorano attentamente un quartiere per identificare obiettivi di interesse e valutare potenziali pericoli, è probabile che si attengano a una formula d’azione collaudata e commettano altri reati nello stesso contesto ambientale in tempi ravvicinati, massimizzando il patrimonio conoscitivo acquisito e minimizzando i rischi. Secondo la teoria della «routine activity», la realizzazione di un reato è facilitata dalla presenza di un autore motivato, dalla disponibilità di un «bersaglio adatto» e dall’assenza di adeguate misure di protezione. Da qui, l’idea che rafforzare i controlli di polizia in un determinato luogo e in un certo orario possa avere un effetto deterrente riducendo l’incidenza di crimini.

Tra i primi strumenti di predictive policing basati su sistemi place-based, sperimentati negli USA, vi è l’algoritmo PredPol, sviluppato da ricercatori dell’UCLA. Basato sul near repeat effect, e inizialmente utilizzato per prevedere alcuni property crime come furti e rapine, questo algoritmo analizza i dati relativi ai reati passati, considerando variabili quali la tipologia, l’ora e il luogo di commissione, per identificare pattern tra i comportamenti criminali precedenti. Il sistema individua poi le probabili zone di attività criminale e mette a disposizione degli agenti di polizia mappe digitali delle aree da pattugliare. Una prima evoluzione dei place-based systems ha esteso le tipologie di reati oggetto di predizione ai «violent crime», come conflitti a fuoco ed episodi di violenza legati alle gang. Inoltre, è stata sviluppata una nuova tecnica di analisi, il Risk Terrain Modeling (RTM), che ricerca gli «environmental crime drivers» o fattori ambientali che incentivano la criminalità in determinate aree urbane. Il RTM considera la realtà fisica di una città come un terreno di rischi interconnessi, e la presenza di più risk factors in una determinata zona indica una significativa probabilità di reati.

I person-based systems, si fondano sull’ipotesi per cui soltanto una piccola quota della popolazione è responsabile di episodi di violenza, sicché l’individuazione di tali soggetti e il conseguente intervento mirato nei loro confronti si rivelano essenziali per ridurre il tasso di criminalità (c.d. focused deterrence). Questi sistemi prevedono:

  • l’elaborazione di liste di persone ritenute ‘a rischio’ ovvero soggetti che, secondo la polizia, commetteranno crimini in futuro o che sono coinvolti in attività criminali in corso, ma non sono ancora stati arrestati;
  • la social network analysis (rete sociale), con identificazione dei soggetti a rischio in base ai rapporti che ciascuno ha in una rete sociale (parenti, amici, incontri regolare, colleghi,) e l’analisi dei social media, si fonda sul presupposto che le persone inserite in un cerchio di relazioni – che include vittime o autori di episodi di violenza con armi da fuoco – presenti un alto rischio di essere coinvolto in futuro in simili episodi.

Infine, i suspect-based systems, pur essendo una sottocategoria dei person-based systems, si focalizzano sull’analisi dei dati relativi ai reati seriali per individuare corrispondenze che permettano di delineare il profilo dell’autore di futuri reati per finalità investigative e predittive.

Esempi virtuosi dell’approccio di polizia predittiva sono riscontrabili nell’esperienza italiana con i software Xlaw e KeyCrime.

Il sistema Xlaw, sviluppato da un ispettore della questura di Napoli, utilizza un algoritmo di apprendimento automatico per analizzare dati relativi a reati predatori urbani e variabili socio-economiche e demografiche. La tecnologia, che rientra nei cosiddetti place-based systems, attraverso un algoritmo di tipo euristico mette in comparazione le dinamiche sul territorio con gli eventi accaduti nel tempo e riesce a identificare e isolare dei precisi modelli criminali che vi si configurano, dando loro una precisa collocazione spazio-temporale e restituendo una previsione finale di rischio. Il sistema XLAW elabora degli alert temporali, georeferenziando (attraverso le API di Google) le aree di territorio dove si prevede, con buona probabilità, possa essere commesso un reato predatorio. Tali alert permettono di vigilare sulle aree urbane in anticipo, prima che il reato avvenga. Il sistema, inoltre, è in grado di elaborare l’indice di previsione criminale (PCRIME), un indicatore affidabile per comprendere immediatamente la portata del fenomeno e definire gli obiettivi da perseguire a breve, medio e lungo termine. La tecnologia che compone XLAW consta in una WebApp fruibile attraverso tutti i moderni dispositivi dotati di un browser e di un collegamento alla rete internet. XLAW è utilizzabile agevolmente da tutti gli operatori di controllo del territorio, i quali possono prendere in carico gli alert elaborati dal sistema nel corso del servizio di istituto ed applicare con puntualità la strategia preventiva nel tempo e nello spazio.

Parallelamente, il software KeyCrime, sviluppato presso la Questura di Milano, sfrutta l’intelligenza artificiale e il machine learning per analizzare dettagliati dati sui reati seriali, tra cui circostanze di luogo e tempo, abbigliamento e gestualità del colpevole, testimonianze dei presenti e altro. Questa analisi, che rappresenta un esempio di person-based predictive policing, valuta il rischio individuale basandosi su variabili come precedenti penali, connessioni sociali e comportamenti passati, permettendo di tracciare un profilo del
perpetrator e di predire le sue mosse future. KeyCrime si basa sul principio di “Crime Linking”: un algoritmo che combina dati storici relativi al profilo degli autori di reati passati e i luoghi e le tempistiche precise dei crimini commessi. Tramite correlazione il software suggerisce quali crimini sono compiuti dagli stessi criminali consentendo interventi mirati su soggetti specifici. Esattamente come un cervello umano, il software mira a svolgere un’attività computazionale dei dati archiviati attraverso principi di osservazione, analisi e logica, prendendo spunti da diverse discipline, quali la matematica, la statistica, la
psicologia comportamentale e l’analisi geospaziale.

I principi di analisi multidisciplinare rappresentano il cuore del sistema, che mira a individuare e mettere in correlazione tra loro gli elementi caratterizzanti un evento criminoso, valutandone l’importanza attraverso una complessa procedura di calcolo. L’applicativo si basa, quindi, sull’analisi degli elementi proposti dalla realtà. Dall’osservazione del dato reale prende avvio la prima delle diverse analisi eseguite dal software: l’analisi induttiva, che mira a individuare aspetti comuni in eventi diversi, creando relazioni tra fatti
singoli che altrimenti non potrebbero essere collegati. Questa fase permette di attribuire reati avvenuti in tempi e luoghi diversi a un’unica mano, anche se ignota, con l’obiettivo di rilevare e definire serialità criminali.

Successivamente, il sistema passa a una seconda fase, ancor più complessa, che segue un percorso deduttivo applicando logiche di osservazione per prevedere un reato futuro attraverso un complesso modello previsionale, definibile come “predictive crime analysis”. La piattaforma fornisce strumenti avanzati di visualizzazione dei dati, inclusi mappe termiche e dashboard interattive, i quali facilitano la comprensione dei modelli criminali e supportano l’adozione di decisioni informate. Tali strumenti consentono di pianificare mirati “servizi di prevenzione” nelle aree urbane individuate come potenziali scenari di attività criminali, permettendo, in diversi casi, l’intervento delle Forze dell’Ordine prima che i reati vengano effettivamente perpetrati. Sulla base di questo tool, il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno ha dato vita al progetto Giove, un sistema di elaborazione e analisi automatizzata, che sfrutta la tecnologia di KeyCrime e che dovrebbe estendere il perimetro dell’analisi predittiva anche per i reati di terrorismo molestia e violenza sessuale, furti in abitazione e truffe. La sperimentazione è tuttora sospesa nell’attesa del vaglio del Garante della privacy.

Che cos’è l’ocularità

“Anti-Oculus – Una filosofia della fuga”, Acid Horizon – 2023

Il termine ocularità si riferisce alla pratica o all’insieme di pratiche che materialmente costruiscono, producono e controllano i limiti dell’identità incarnata e le potenzialità del divenire sociale e individuale. Lo scopo di questo manuale introduttivo è fornire una panoramica di alcune delle principali tecniche di pratica oculare.

L’ocularità è una pratica di cattura; l’ocularità cattura tramite l’identificazione e la regolazione delle identità: ciò che si può essere e ciò che non si può essere agli occhi del riconoscimento e del potere riconoscitivo. L’ocularità controlla le identità dei soggetti politici incarnati racchiudendoli in uno spazio oculare, un territorio controllato. Lo spazio oculare è mantenuto da un esercizio della forza che ne sostiene i confini, le divisioni e i contorni; una sorta di confinamento di coloro che si trovano all’interno dell’ocularità.

Uno spazio oculare è uno spazio di possibilità di identificazione circoscritte. Entro un tale spazio, l’incarnazione e la pratica dell’individualità sono delimitate in anticipo (feedforward) e le perturbazioni nel sistema di classificazioni sono contenute e reindirizzate per migliorare la stabilità e l’autoriproduzione del sistema (feedback negativo).

Trovarsi all’interno dello spazio dell’ocularità significa essere percepiti dall’ocularità stessa, significa cioè trovarsi sovrimpressi dalle classificazioni strutturanti insite nella pratica oculare, ed essere riconosciuti tramite quelle stesse categorie oculari impresse. La pratica oculare è una inscrizione nella struttura, oltre che un recupero e una neutralizzazione della devianza dalle categorie identitarie dell’esperienza sociale.

Le categorie o classi dell’ocularità sono i processi attivi di categorizzazione e di controllo dei soggetti in base a tali classificazioni; sono forme di riconoscimento sociale che sorvegliano il corpo, il pensiero e l’immaginazione. Le funzioni e le pratiche di riconoscimento inscrivono significati che permettono l’identificazione dei soggetti, tramite il modellamento non solo dei loro corpi, ma anche delle loro identificazioni autocoscienti e dei modi in cui gli altri li identificano consciamente e inconsciamente.

Quando l’ocularità opera in modo produttivo, il suo funzionamento favorisce la proliferazione e il rafforzamento di quelle forme. Le pratiche di riconoscimento dell’ocularità, che apprendono in maniera attiva e si autorinforzano, cercano di prevenire, esporre o delimitare in anticipo; sono tentativi di disgregazione sociale, politica o culturale. La delimitazione consiste nel porre dei limiti agli agenti disgreganti tramite l’identificazione, in modo da prevenirli o impedire che il potenziale insurrezionale porti al collasso del sistema.

La pratica oculare tenta storicamente di scongiurare l’insurrezione, e lo spazio nel quale può nascere un’insurrezione è uno spazio di non ocularità o di contro-ocularità; di fuga dalle forme sociali di identificazione che non sono state (almeno finora) raggiunte dalle forze in grado di racchiuderle e identificarle. Definiamo questo spazio non-oculare cospirativo. Il cospirativo è il grembo dell’insurrezione come minaccia non identificata (o identificata in modo insoddisfacente/effimero) alla sicurezza del controllo sociale. Il problema di chi insorge è un problema di informazione.

L’«occhio» dell’ocularità non è un occhio meramente ricettivo; non riceve semplicemente gli oggetti così come sono. Al contrario, l’occhio dell’ocularità li percepisce secondo standard di oggettività prestabiliti. L’occhio corregge quindi ciò che si discosta da tali standard verso forme di mediazione oggettiva. L’occhio media ciò che vede per renderlo riconoscibile, cioè per renderlo conforme alle categorie di riconoscimento e identificazione che plasmano un oggetto «appropriato» agli standard di oggettività «valida».

L’occhio dell’ocularità ci vede e nel vedere proietta una forza su ciò che vede; rifà l’oggetto – al meglio delle sue possibilità – a sua immagine e somiglianza. Come una consapevolezza kantiana che incontra una simulazione dei suoi organi di senso da parte di un’entità esterna sconosciuta, esso cattura l’immagine plasmandola in una forma che è predeterminata proprio dall’attività di rilevamento. L’ocularità costituisce ciò che cattura nello stesso momento in cui lo cattura.

L’ocularità si preserva tramite un monopolio sull’identità e sul significato socialmente riconosciuto degli spazi in cui viene praticata. Nell’imporre le condizioni della sua oggettività su ciò che è percepito, esercita una grande violenza sul suo oggetto nel percepirlo. È una rete di assiomi sociali imposti con forza dalla libido sui limiti dell’identità. Ciò significa che la pratica oculare mira a limitare le conseguenze sociali di cosa un corpo può fare, di cosa un corpo può essere riconosciuto come capace di fare e, in quanto tale, di cosa può desiderare di essere o diventare.

Il pensiero controinsurrezionale contemporaneo assume un’ampia varietà di strumenti concettuali come base teorica per analizzare l’ocularità in quanto fenomeno sociale e politico. Comprendiamo che la funzione essenziale dei meccanismi che praticano e producono l’ocularità è quella di catturare il senso o il significato di un individuo o di un gruppo di individui, e di riconoscerli inserendoli in una certa categoria identitaria.

Non si tratta semplicemente della pratica passiva di registrare le identità viste e di «catturarle» all’interno di tabelle di dati, di distribuzioni demografiche o di confini giudiziari di identità legali o illegali. Piuttosto, l’ocularità è un processo sociale pratico e attivo di forza inscrittiva.

Il senso di una tale identità è conformabile attraverso i meccanismi del disciplinamento sociale, come le prescrizioni mediche, l’addestramento militare o l’istruzione. Ma questa conformità oculare può anche essere generata da restrizioni più sottili sulle azioni di chi è identificato, come quelle applicate allo spazio sociale e privato, vale a dire agli spazi educativi, agli spazi culturali, alle forme di occupazione, ai confini territoriali e politici, e all’interno di un’infrastruttura di trasporto sistematicamente limitata.

Il senso di un’identità è qualcosa che si costituisce e si imprime sul corpo di chi è identificato. L’identificazione è un processo che imprime il significato sociale stabilito dall’ocularità sul corpo del destinatario attraverso le «forze» dell’occhio da cui viene visto. La forza impone e trattiene il significato sociale di un corpo quando quel corpo diventa un soggetto racchiuso nello spazio oculare.

Gli apparati oculari registrano i corpi delle persone secondo determinati schemi nel momento stesso in cui inscrivono queste identificazioni su di essi. All’ocularità – o meglio, a una buona pratica oculare – non sfugge nulla della cospirazione; il suo scopo è identificare ogni nemico e impedire che fugga in una forma nuova non identificata e non regolamentata.

Nei suoi esperimenti fenomenologici sulla simulazione dell’ocularità, lo stesso Hegel ha notato che il crollo del regime di Robespierre durante la Rivoluzione francese fu dovuto anche all’assenza di ocularità inerente allo schema del regime riguardo i propri soggetti. In questo regime, il linguaggio dell’identificazione era vaghissimo, puramente universale, astrattamente negativo e tuttavia attivamente anticospirativo. Il soggetto sottoposto all’ocularità era del tutto assente in senso concreto, fatta eccezione per la categoria indefinita del «Popolo» o del «cittadino» con la sua «Volontà generale» vaga e non identificabile, adattata dalla teoria democratica di Rousseau. Hegel osserva che questo livello di ocularità era suicida nella sua incompetenza e, in quanto tale, non poté identificare o riconoscere nelle proprie carenze oculari la più grande minaccia a sé stesso, così che Robespierre finì per essere giustiziato sotto gli auspici del proprio meccanismo di dissoluzione oculare: la ghigliottina. Il meccanismo della ghigliottina divenne uno strumento delle forze cospiratrici dell’insurrezione termidoriana: una forza correttiva esercitata da concittadini come avatar di quel vago vessillo del «Popolo» nel cui nome rivoluzionario furono tagliate tante teste. I cospiratori non avevano un’identità riconoscibile dai servizi di sicurezza. Rimanevano nell’ombra dell’occhio, capace di vedere solo la sfocatura di un astratto «traditore» che poteva essere chiunque. Lo Stato oculare del Regno del Terrore non poteva quindi fare altro che pugnalare selvaggiamente le masse, fino a quando il suo terrore non avrebbe creato i carnefici del regime.

Un’ocularità vaga allarga lo spettro di coloro che cadono sotto il mantello della cospirazione. Se le categorie della vostra ocularità non sono sufficientemente irreggimentate, striate o mancano di pratiche di riconoscimento, allora ogni persona può cospirare contro di voi – e alla fine lo farà.

Polizia come proiezione e capacità

“The master’s tools – Warfare and insurgent possibility”, Tom Nomad – 2013

Le forze dell’ordine sono una forza di occupazione, ma una forza di occupazione di un tipo particolare. Quando si parla di occupazione, di solito la si pensa come qualcosa di completo e totale, che infetta ogni aspetto della vita quotidiana. Ma questa è sempre una totalità impossibile. I concetti relativi ad essa sono totali, nella misura in cui definiscono e controllano uno spazio, ma l’occupazione non è mai un fenomeno totale, non entra mai veramente nella possibilità di azioni che possano inquadrare e determinare altre azioni. Se lo facesse, ogni resistenza sarebbe impossibile. Piuttosto, la polizia funziona come una logistica dell’azione, tenuta insieme concettualmente attraverso linee logistiche di supporto, uniformi, strutture di comando, comunicazioni e così via.


Come scrive Clausewitz, ogni occupazione comporta sempre due impossibilità. La prima è semplicemente numerica. Se il controllo diventasse veramente totale, se la costruzione dello Stato venisse mai a inquadrare e determinare l’esistenza, il controllo stesso diventerebbe irrilevante, l’intera esistenza non sarebbe altro che un’esecuzione scialba e predefinita di un copione teleologico. Ma siccome non è questo il caso, dato che i furti ancora accadono, la resistenza ancora esiste, le persone ancora entrano in confronto diretto con la polizia, si rifiutano di collaborare, eccetera, è facile vedere che questa totalità non esiste. Perciò dobbiamo pensare alla polizia e alla sua logistica come un dispiegamento di corpi e pratiche limitato nello spazio, che copre solo una quantità limitata di spazio con una quantità limitata di corpi. Letteralmente, a meno che ogni centimetro quadrato non sia coperto costantemente, c’è sempre la possibilità di resistenza, il che rende l’occupazione non totale. Ci sono sempre buchi nella copertura.

In secondo luogo, ogni azione cambia sempre le condizioni e le dinamiche dell’azione stessa, in un processo che si autoalimenta. Le azioni si svolgono in un tempo e uno spazio, una convergenza particolare delle dinamiche della storia, e al contempo formano le condizioni da cui sono formate. Contrariamente ai concetti aristotelici di produzione e azione in quanto creazione, noi non agiamo mai su o all’interno di un oggetto inerte; piuttosto, l’oggetto presenta forme di resistenza che modificano fondamentalmente le dinamiche dell’azione stessa. Nel loro stesso dispiegarsi, le forze di polizia sono causa di frizione e conflitto e aprono altre possibilità d’azione; la storia non si ferma nelle sue dinamiche. Lo vediamo ogni volta che un piano di controinsorgenza provoca un’imboscata, ogni volta che la polizia reprime un quartiere e qualcos’altro accade in un altro, lontano dalla concentrazione di forze. I movimenti modificano il terreno d’azione e collidono con i movimenti e le azioni di tutti gli altri elementi che costruiscono il terreno stesso: il degrado delle infrastrutture, l’odio crescente e la resistenza nei confronti della polizia, i reati “comuni” compiuti da disperati per sopravvivere nel capitalismo, l’assenteismo dei lavoratori, gli scioperi, e così via… A meno che, magicamente, il dispiegamento della polizia non riuscisse a neutralizzare gli effetti delle sue stesse azioni e a congelare la storia in un momento definito, il terreno continuerà a spostarsi, e questo spostamento rende impossibile un’occupazione totale.


L’impossibilità di un’occupazione totale costruisce il controllo poliziesco come un tentativo di proiettarsi attraverso volumi di spazio crescenti, in modalità sempre più costanti. L’intera storia della metodologia e delle operazioni di polizia ruota attorno allo sviluppo di metodi di proiezione. Dall’uso dell’automobile alla radio, dallo sviluppo di una matrice di sorveglianza sempre più pervasiva alla creazione di task force, dal passaggio a operazioni paramilitari allo sviluppo del cosiddetto controllo di vicinato, questi mutamenti vengono adottati per proiettarsi nello spazio in modalità sempre più coerenti. Ma ci sono dei limiti a questa proiezione, come vediamo nella transizione da metodi di contro-insorgenza a quelli di contro-terrorismo nell’esercito statunitense, dove è stata presa la decisione strategica di evitare lunghe occupazioni abbinate a una grande presenza di truppe per preferire una massima proiezione nello spazio con un numero di uomini minimo. Con numeri limitati è necessario fare delle scelte: allocazione delle forze, strutturazione della logistica, mantenimento delle linee di rifornimento e così via. E questo diventa sempre più difficile quanto più il terreno si fa resistente.


La proiezione esiste in due forme: visuale e materiale. Quella visuale è la capacità di vedere lo spazio e le cose in esso, di sviluppare quella che, nella terminologia militare contemporanea, prende il nome di top-sight.

Nel diciannovesimo secolo la polizia tendeva a marciare per le strade in formazione principalmente per permettere agli agenti di comunicare tra loro. Anche la visione era limitata, così come l’abilità di raccogliere e trasferire informazioni. Con l’avvento della radio, dell’automobile, ed infine dell’elicottero e della videocamera di sorveglianza, la polizia diventa capace di proiettarsi attraverso lo spazio a maggiore velocità e comunicare su distanze più ampie, permettendo una proiezione crescente. Ma anche con la struttura di sorveglianza totale che stanno costruendo città come New York, Chicago e Cleveland, con telecamere di sicurezza private collegate all’infrastruttura della polizia, oggi anche supportata da agenzie di sicurezza semi-ufficiali, la copertura è incredibilmente limitata. Le telecamere non possono analizzare ciò che vedono, almeno per ora. Questo significa che anche con i più sofisticati sistemi di sorveglianza e i più altamente addestrati operatori umani, c’è sempre una quantità di informazione limitata che può essere processata, anche se la quantità di informazione generata aumenta esponenzialmente con l’aggiunta di ogni nuovo apparato di sorveglianza.


L’anonimato non è semplicemente ciò che abbiamo quando i nostri volti sono coperti; l’anonimato, come sostiene Baudelaire, è la condizione in cui siamo relegati nella metropoli capitalista. La distanza che uno sguardo può coprire può essere estesa con elicotteri, droni e aerei di sorveglianza, ma ogni volta che questa distanza si moltiplica, la capacità di cogliere microdettagli diventa più limitata.

La proiezione materiale è la proiezione vera e propria di forza nello spazio. Anche questa avviene attraverso un equilibrio tra concentrazione e proiezione. Man mano che la capacità di intervento della polizia si diffonde nello spazio e la concentrazione diventa sempre più diffusa, i mezzi per dispiegare una grande quantità di forza aumentano. Inizialmente la polizia non portava con sé nulla di più di manganelli o, talvolta, manette. Combinata col movimento a piedi, la forza poteva essere proiettata lungo una linea di movimento corporeo, e solamente alla velocità di una corsa, sommata alla distanza coperta dal movimento di un braccio umano. Con l’espandersi della superficie di applicazione della forza, attraverso l’uso dell’automobile e della radio, e poi dell’elicottero e dei mezzi corazzati di trasporto truppe, questi, combinati con la pistola e le armi automatiche, hanno incrementato drammaticamente la portata di tale forma di proiezione. Mentre il braccio può raggiungere solo un paio di piedi dal corpo, la pistola può proiettare un proiettile in linea retta per centinaia di metri con una forza letale. Questa capacità di proiezione del proiettile è stata ulteriormente ampliata con la granata, il lanciagranate, lo spray al peperoncino e ora il taser, in modo da poter proiettare diversi livelli di forza dal corpo verso un bersaglio, con l’LRAD capace di mandare onde sonore concentrate e mirate oltre un quarto di miglio. Queste proiezioni, insieme ai crescenti livelli di forza, sono tutti modi per proiettare forza nello spazio, rendendo materiale e operativa la visibilità sviluppata attraverso la top-sight.

La proiezione materiale non riguarda solo la quantità di spazio coperta, ma anche il tempo e la costanza nell’abilità di muoversi in esso. Come sostiene Clausewitz, questa abilità di movimento diventa sempre più difficile, e la forza proiettata inferiore, più il terreno si fa resistente. Anche un singolo attacco può costringere un’intera forza di occupazione a passare a concentrazioni più dense e difensive, restringendo la capacità di proiettarsi nello spazio. Più si concentra fisicamente una forza, meno si è capaci di proiettare nello spazio una presenza apparentemente costante.

La proiezione di forza, visuale o materiale, è un tentativo di dare forma a un terreno conduttivo al movimento e alle operazioni di polizia. Vediamo numerosi aspetti di ciò all’interno del terreno tattico che abitiamo: la proliferazione di videocamere di sorveglianza, la messa in rete delle camere private all’interno della matrice di sorveglianza della polizia, la proliferazione di agenzie di sicurezza private e dipartimenti di polizia semi-ufficiali, la crescita delle reti di informatori di vicinato, note come Neighborhood Watch, ma anche l’abbattimento di edifici abbandonati, la falciatura di terreni incolti, e così via. I metodi di proiezione più innovativi non sono una tecnologia, ma la costruzione dello spazio metropolitano stesso. La griglia stradale sviluppata nel diciannovesimo secolo e il sistema autostradale nel primo ventesimo secolo hanno reso il movimento nello spazio molto più efficiente.  La proiezione non riguarda solo la capacità di tenere uno spazio, anche al di là della presenza fisica immediata, ma anche quella di muoversi in esso. Ciononostante, come ogni innovazione tecnologica, lo sviluppo della rete stradale e la standardizzazione dello spazio attraverso l’uso del modello cartesiano possono aver reso il movimento più semplice, ma hanno anche disperso la concentrazione di forza e confinato ampiamente i movimenti delle forze dell’ordine all’interno delle strade stesse. Come a Parigi Reclus suggeriva di trasformare in torrette armate gli edifici allineati lungo gli ampi viali di nuova costruzione che oggi caratterizzano la città, questo confinamento alla strada genera zone di ampia visibilità e veloce movimento, ma anche limita la visione di ciò che succede al di fuori delle strade, in zone di indiscernibilità, che siano i deserti dell’Iraq, le montagne dell’Afghanistan, o gli spazi “non costruibili” sui lati delle colline boscose nel mezzo di Pittsburgh. Queste zone di indiscernibilità, di invisibilità e possibilità, diventano ampie maggiore è la resistenza esercitata all’interno di uno spazio, meno le persone sono propense a collaborare con le forze dell’ordine, più spazio aperto è presente fuori dalle strade, e con la densità delle dinamiche e degli oggetti fisici, che siano alberi in una foresta o barricate sulle strade, all’interno delle linee di fuga offerte dal terreno.


Ovunque lasciamo cadere lo sguardo, vediamo che la metropoli si è strutturata attorno alla separazione dello spazio e dei corpi, alla dispersione delle strade e alla fortificazione del privato. Questo non accade in un vuoto, o in assenza di tentativi di amplificare la proiezione attraverso lo spazio e il tempo. Con lo spazio che diventa sempre più striato, sempre più operato, lo spazio stesso si muove verso una nuova serie di imperativi. Apparentemente statico come a molti di noi può sembrare, la solidità del terreno è ampiamente mitologica. Ma insieme allo spazio che si trasforma a favore di un operare della polizia sempre più fluido, la polizia stessa si è trasformata per muoversi in una metropoli post-seconda guerra mondiale, incorporando forme di monitoraggio e sorveglianza sempre più sofisticate, armi sempre più pesanti e tattiche paramilitari. Quello a cui stiamo assistendo non è nulla più che una costante operazione di sicurezza, un tentativo costante di eliminare quelle zone di indiscernibilità, strutturato non solo per rispondere ad eventi ma anche per prevenire azioni dall’emergere e diventare apparenti. Ogni giorno questo definisce sempre di più lo spazio in cui esistiamo; non è nulla più che un’espansione della prigione al di fuori delle sue mura. Come in una prigione, un terreno conduttivo al movimento della polizia richiede necessariamente una visione totale, un’abilità completa di proiettarsi nello spazio, l’abilità di giustificare un uso illimitato di forza. Ma insieme a ciò, veniamo a contatto con il paradosso principale della controinsorgenza (la polizia è necessariamente una forma di occupazione e quindi di controinsorgenza). Con una presenza della polizia sempre più pervasiva, man mano che diventa capace di mobilitare una quantità di forza soverchiante, il loro stesso movimento genera resistenza, risentimento, conflitto. Nel proiettarsi nello spazio si rendono visibili e i metodi per tracciarne i movimenti ed evitare di essere individuati diventano sempre più efficaci. Anche con la crescita della prigione, che racchiude tutto lo spazio in gradi diversi, l’illegalità persiste. Ogni giorno si verificano atti di disturbo economico, come il furto o l’assenteismo sul posto di lavoro. Lo Stato funziona soltanto in uno spazio in cui la polizia può operare, e sempre in misura maggiore o minore. In queste falle nella copertura, generate dalla semplice limitazione nella copertura spaziale, dai limiti di visione e dalle gittate delle armi, la concentrazione della logistica dello Stato è bassa e la possibilità di azione prolifera; questo diventa ancora più pronunciato negli spazi dove esiste un’etica di non cooperazione o di vera e propria resistenza.

Identità algoritmiche

“A New Algorithmic Identity – Soft Biopolitics and the Modulation of Control”, John Cheney-Lippold – 2011, modifcato

Molta ricerca nel campo del marketing si concentra sull’identificazione della composizione di un pubblico di consumatori. In passato essi venivano discriminati in base ai dati censuari delle relative aree geografiche: i più ricchi vivevano in una certa zona, i più poveri in un’altra, e le aziende potevano offrire sconti differenziati in base alla classe sociale.

In seguito ci si è spostati da una categorizzazione demografica a una psicografica, in cui la popolazione viene divisa in cluster in base a pattern di consumo, in modo da poter mappare le abitudini di acquisto di ogni fascia della popolazione. Con lo spostamento online delle attività commerciali è stato possibile integrare questi cluster con analisi comportamentali svolte sulle query di ricerca.

I dati relativi ad acquisti e navigazione online sono diventati il modo attraverso cui chi si occupa di marketing interagisce con gli individui. Vengono costruiti dei “database di intenzioni” dove le informazioni sugli utenti vengono aggregate per predire le loro intenzioni di acquisto, così come tendenze generali su desideri o bisogni. Elementi comuni e schemi ricorrenti vengono identificati ed etichettati per permettere di mirare con precisione pubblicità, servizi e contenuti.

Grazie alla capacità dei computer di monitorare e registrare le attività online, le informazioni sui consumatori si sono finalmente liberate dai vincoli temporali dei dati censuari, ora possono fluttuare liberamente dentro un flusso di dati di navigazione raccolti in tempo reale, confrontabili con modelli comportamentali ed identitari esistenti, come genere o razza.

I contenuti possono essere suggeriti in base alla storia delle interazioni di un utente con il sistema, che vanno a compilarne una particolare identità. Identità che non assume più un significato rigido, ma che si configura come un modello comportamentale flessibile.

Man mano che nuovi dati su un certo utente vengono ricevuti e processati potrebbero andare a cambiare chi quell’utente viene creduto essere e quali contenuti potrebbe desiderare. In questa forma di categorizzazione i gruppi sono sempre mutabili, seguendo l’utente e suggerendo nuovi artefatti da visitare, vedere o consumare.

Il genere di uno stesso utente potrebbe passare da maschile a femminile se sufficienti informazioni, come l’aggiunta di siti web visitati, dovessero portare ad identificarlo statisticamente in modo diverso. Ci troviamo di fronte ad un meccanismo di feedback che si configura di fatto come una forma di controllo.

Possiamo intendere il controllo esercitato in questo modo sui soggetti come un meccanismo che apre o chiude specifiche condizioni di possibilità che un utente si trova presentate di fronte. Tale meccanismo è il processo di suggerimento. Definibile come l’apertura e la conseguente chiusura di un accesso condizionale, determinato da come l’utente è stato categorizzato online.

Anziché costruire la soggettività esclusivamente attraverso il potere disciplinare, questo approccio al potere permette di prefigurare come noi ci approcciamo, o persino parliamo, del mondo. Esso configura la vita modificando le sue condizioni di possibilità. Incentrata sul consumo e la ricerca di consumo, questa regolazione predice le nostre vite in quanto utenti, legando le potenziali alternative future alle nostre azioni passate.

Questa forma di categorizzazione fornisce una relazione elastica al potere; la capacità di suggerimento viene utilizzata per spingere utenti verso modelli normalizzati di comportamento e identità attraverso la costante ridefinizione delle categorie stesse. Se un certo insieme di categorie smette di regolare efficacemente, un altro insieme può rapidamente venire a sostituirlo, fornendo un’esperienza online fluida ma ancora capace di esercita una forza su come l’utente percepisce sé stesso.

È importante notare che l’anello di feedback esiste solo fin tanto che contribuisce al mantenimento della stabilità del sistema. Il processo di suggerimento funziona nella misura in cui l’inferenza algoritmica è in grado di categorizzare correttamente. Se un particolare suggerimento risulta errato, gli algoritmi sono programmati per riconoscere una misclassificazione e riassegnare una categoria d’identità in base al nuovo comportamento osservato.


Questo tipo di identificazione non crea le identità secondo un approccio essenzialista. Piuttosto, vediamo uno spostamento verso una definizione della categoria più flessibile e funzionale, una che de-essenzializza il genere dalla sua forma e determinazione corporea e sociale mentre lo ri-essenzializza come categoria statistica fondamentalmente orientata da indagini di marketing. Il genere diventa un vettore, un’associazione completamente digitale e matematica che definisce il significato di mascolinità, femminilità o qualsiasi altra cosa il mercato richieda.

Ovviamente, i preconcetti offline sul significato delle categorie vanno a formare le definizioni fondamentali che abbiamo di certi generi, razze e classi online. Nella maggior parte dei casi, i bias predeterminati sulla natura dell’identità di gruppo verranno mantenuti online. Ma la capacità della categorizzazione cibernetica di regolare il significato di certe categorie in base ad algoritmi segna un allontanamento dagli stereotipi offline verso la creazione di stereotipi statistici.

Piuttosto che mantenere una relazione particolare e concreta con la mascolinità nel mondo offline, una concezione cibernetica di mascolinità la posizionerebbe come una categoria modulante, basata su un vettore e composta da valutazioni statistiche che definiscono l’appartenenza ad un gruppo. Nuove informazioni possono venire alla luce all’interno di questo sistema algoritmico e l’algoritmo può di conseguenza cambiare sia il significato della categoria che gli ideali associati ad essa.

Queste categorizzazioni sono profondamente legate a ciò che le aziende reputano utile, cioè categorizzazioni derivate da ricerche di marketing (genere, età, reddito). Mentre dati i offline possono essere usati come supplemento a misure di inferenza algoritmica, lo spostamento verso categorie basate su vettori marca una separazione dal suo dominio normativo e una riassociazione della categoria in accordo con correlazioni statistiche.

La categoria del genere mantiene ancora la capacità di disciplinare e di fornire pubblicità e contenuti mirati in accordo con l’identità inferita, ma è anche incarnata in un nuovo e flessibile sistema di categorizzazione cibernetico. Anziché standard di mascolinità o femminilità che definiscono e disciplinano corpi in accordo con un ideale, standard di genere possono venire suggeriti in base alla sua presupposta identità digitale, da cui il successo dell’identificazione può essere misurato contando numeri di click, visualizzazioni di pagine e altri meccanismi di feedback.

La regolazione del genere come categoria diventa quindi completamente incorporata in una logica di consumo, con i comportamenti di una categoria definiti statisticamente attraverso un processo di feedback di acquisto e di ricerca che i reparti marketing hanno considerato monetizzabile per fini di identificazione e categorizzazione.


Il singolo soggetto è incapace di sperimentare realmente l’effetto degli algoritmi nel determinare la sua vita, perché essi raramente, o mai, gli comunicano direttamente. Piuttosto, esso viene visto da software e reti di sorveglianza in quanto membro di categorie.

Ci siamo allontanati dall’attenzione liberale sull’individuo verso forme strutturanti di suggerimento all’opera ogni volta che un utente visita una pagina web. Tale ubiquità mostra una capacità di utilizzare tecnologie di sorveglianza per raccogliere dati sia su singoli sia su popolazioni in generale.

Ma questa ubiquità deve tenere conto di una prospettiva che, in opposizione a un determinismo tecnologico, consideri anche la possibilità dei fallimenti della tecnologia. Le tecniche di sorveglianza non funzionano sempre come previsto e abbiamo visto con le CCTV che la capacità di una tecnologia non va di pari passo con l’abilità umana di utilizzarla pienamente.

Il controllo non è mai completo, così come nemmeno la nostra libertà. In questo momento, le compagnie di analisi web hanno reso quasi impossibile non essere incorporati in qualche rete di sorveglianza. Siamo sempre in qualche grado vulnerabili al loro sguardo. Ma la vulnerabilità, il punto di partenza da cui definiamo la libertà nel senso liberale più classico, non deve essere vista come una revoca della nostra autonomia o un soffocamento dell’individuo da parte dei meccanismi di controllo.