Immagini della folla

“Ordine pubblico, regole private: Rappresentazioni della folla e prescrizioni comportamentali nei manuali per i Reparti mobili”,  Enrico Gargiulo – 2015

Sovversivi e facinorosi: la folla irrazionale tra categorizzazioni e generalizzazioni

La folla, secondo gli autori dei testi qui analizzati, darebbe forma a «un’anima collettiva che riduce la personalità cosciente degli individui, tanto che questi sono incapaci di essere guidati dalla propria volontà» (GIA, p. 52), ed è dipinta come un’entità i cui comportamenti sono dettati da fattori puramente emozionali e irrazionali: in altre parole, è un organismo guidato dai propri «umori», come tali variabili e capaci di mutare in maniera repentina (GEG, p. 120). La «suggestionabilità», più in dettaglio, sembra essere la sua cifra costitutiva (GIA, p. 52): una massa di individui «non è influenzabile con i ragionamenti, perché pensa per immagini ed è colpita solo dalle immagini» (GEG, p. 45).

La folla, dunque, deresponsabilizza: al suo interno, il singolo «si sente come libero di abbandonarsi ai comportamenti più disparati. Ciò che da solo non avrebbe mai compiuto ora diventa possibile perché quando è disperso nella folla l’individuo è anonimo e quindi si alza al massimo livello il grado di impunità delle sue azioni» (ivi, p. 45); inoltre, «sentendosi inserito in una realtà che lo trascende, tende a trasferire sul piano sociale le sue aspirazioni talché si può dire che è l’organismo sociale che agisce, sceglie ed opera per lui» (GIA, p. 49).

Il singolo, in sostanza, più che un attore protagonista sembra essere una vittima del gruppo:

il minore autocontrollo, con la correlata predisposizione ad imitare gli altri, facilita la intrapresa di azioni che non sono proprie del nostro modo usuale di comportarci. Tali azioni non sono precedute, come quando operiamo in situazioni normali, da quel minimo di meditazione che di solito è necessario per valutare i nostri atti. Tutto nella folla si verifica rapidamente: gli uomini agiscono in tali circostanze quasi volessero sottrarsi ai richiami della propria coscienza (ivi, p. 51).

Il sapere sulla folla contenuto in questi passaggi è ricavato principalmente da studi risalenti alla fine del XIX secolo o, al più, agli inizi del XX, e nello specifico dalle teorie di Le Bon – le cui intuizioni e le cui conclusioni sono ritenute una base di partenza imprescindibile nello studio dei comportamenti collettivi (GEG, p. 44) — e di Sighele. I manuali, non a caso, dedicano paragrafi o interi capitoli all’illustrazione di queste teorie. Quando le concezioni richiamate sono più recenti e le argomentazioni sono più articolate, come nel caso di D’Ambrosi e Barresi (2004), la prospettiva e le conclusioni sono comunque simili, con l’unica differenza che alla dimensione emotivo-irrazionale si aggiunge quella socio-relazionale: la violenza nelle piazze e negli stadi è frutto della vulnerabilità sociale (p. 114), di problemi esistenziali e familiari:

ragazzi che conducendo una vita vuota e noiosa, possono sentirsi spinti a considerare la violenza di piazza come un qualcosa che rompe la monotonia. È dunque possibile considerare la violenza di gruppo e di piazza come un’iper-partecipazione collettiva ad eventi in cui soprattutto i soggetti che vivono ai margini della società rivendicano un ruolo attivo e centrale nell’assenza di avvenimenti reali e nell’indifferenza generale (p. 115).

La rappresentazione della folla proposta dai manuali, oltre che sull’irrazionalità e sulla deresponsabilizzazione, è incentrata sull’omologazione di soggettività sociali differenti. Da questa prospettiva, i testi qui analizzati, con riferimento specifico all’ambito dell’ordine pubblico e della sua gestione, evidenziano la presenza di un’operazione cognitiva piuttosto ricorrente nelle rappresentazioni della società fornite dalla polizia: il livellamento della popolazione. Questa operazione, secondo Van Maanen (1978), può essere ricondotta all’isolamento avvertito dai membri delle forze di pubblica sicurezza, i quali, sentendosi vittime dell’incomprensione, o addirittura dell’odio, da parte dei cittadini, tenderebbero di conseguenza a percepirsi come un gruppo compatto che si contrappone a un ambiente sociale ostile.

Nei manuali, il livellamento avviene laddove i manifestanti, mediante il ricorso all’espediente retorico della generalizzazione (Van Dijk, 2004), sono posti sullo stesso piano di altre categorie comunemente oggetto di attenzione da parte delle forze dell’ordine. Il linguaggio usato al loro interno, nello specifico, favorisce l’annullamento delle differenze tra chi partecipa a eventi di protesta e altre categorie di individui: la confusione tra soggettività sociali molto distanti tra loro passa, con estrema frequenza, attraverso l’attribuzione di etichette dispregiative – «facinorosi», «scalmanati», «provocatori» – e, quindi, attraverso il ricorso alla macrostrategia semantica della presentazione negativa dell’altro e all’espediente retorico della drammatizzazione (Van Dijk, 2004). Esempi di queste strategie discorsive sono forniti dal seguente passaggio – «gli operatori italiani vanno allo sbaraglio, finendo sotto assedio per effetto di cariche stile ‘800, carne da macello in una lotta asimmetrica contro vandali esaltati da droghe o noia e armati di bombe, fumogeni, razzi, coltelli, tubi e corazze» (GEG, p. 98) – e dall’uso frequente di alcuni termini, come quello di «raptus» (ad esempio, in DAD, p. 54), per caratterizzare negativamente in senso psicologico le azioni della folla.

In generale, i manuali fanno ampiamente ricorso alla categorizzazione linguistica dei manifestanti, tracciando linee tramite cui gruppi di soggetti internamente poco differenziati sono individuati e separati dalle persone comuni. L’uso di questo dispositivo discorsivo non sorprende, dato che la costruzione di categorie artificialmente omogenee è un’attività tipica della polizia, la quale, molto spesso, impiega sistemi di classificazione articolati e dinamici. Van Maanen (1978), ad esempio, ha descritto in maniera dettagliata le modalità con cui la polizia statunitense attribuisce l’etichetta di asshole a un insieme piuttosto eterogeneo di persone: giovani militanti, operatori sociali ma anche individui senza fissa dimora o con problemi di alcolismo. Gli assholes sono accomunati soltanto dalla caratteristica di attirare l’attenzione degli agenti comportandosi in maniera «inappropriata» e contestando la legittimità delle loro azioni, e si distinguono nettamente tanto dalle persone comuni quanto da quelle sospette.

In contesti spazialmente e temporalmente diversi dall’ambiente studiato da Van Maanen, le forze dell’ordine costruiscono socialmente altri insiemi di individui. Come mostrato di recente da Fassin in una ricerca sulle periferie di Parigi, le Brigate anticrimine sono poco interessate agli assholes, concentrandosi invece su un’altra categoria di persone, che chiamano «i bastardi», composta da giovani dei quartieri popolari appartenenti a minoranze (2013, p. 149). I poliziotti studiati da Fassin, più in dettaglio, utilizzano il termine «bastardo» esprimendo un evidente disprezzo ma senza toni ingiuriosi, trasformando questo termine in una sorta di nome comune che può essere volta per volta precisato, chiarendo magari che la persona con cui in un dato momento si ha a che fare è un «nero» o un «arabo». Tramite la categoria dei «bastardi», la polizia costruisce il proprio pubblico come «un insieme indifferenziato all’interno del quale il deviante diventa difficile da distinguere dalla persona onesta, poiché i due condividono le stesse caratteristiche fisiche, sociali e territoriali» (ivi, p. 151). Più in generale, nell’immaginario delle forze dell’ordine studiate da Fassin, la dicotomia tra «gente perbene» e «delinquenti» tende a complicarsi, dal momento che categorie relativamente omogenee sono costruite attorno a una polarità amico/nemico frutto di distinzioni complesse e ambigue (ivi, p. 158) e soggetta a continui cambiamenti: la parte di popolazione nemica, infatti, non viene delimitata in modo permanente, potendo espandersi indefinitamente a seconda delle circostanze (ivi, p. 159).

I manuali, a riguardo, oltre a un uso abbondante della categorizzazione, mostrano in maniera evidente un simile ampliamento della categoria del nemico: se infatti la polizia, come rileva Waddington (1994), attua continuamente una distinzione tra manifestanti «buoni e «cattivi», è possibile dire che, all’interno di questi volumi, i secondi risultano essere la maggioranza. I testi qui analizzati, nello specifico, estendono a dismisura l’insieme dei non-amici facendo ricorso a un ben preciso dispositivo discorsivo: l’estremizzazione. In altre parole, a essere impiegata è la figura retorica dell’iperbole (Van Dijk, 2004): coloro che scendono in piazza sono indistintamente indicati con l’appellativo di «sovversivi», mentre le loro caratteristiche sono descritte all’interno di capitoli dedicati alla guerriglia urbana (a riguardo, cfr. GIA e GEG).

L’elenco dei «sovversivi» è molto lungo ed eterogeneo: va dai «gruppi di fuoco» ai medical team e ai legal team – rei di fornire «coperture» e «appoggi esterni» – passando per le tute bianche – a cui è contestato l’uso di pneumatici per respingere le cariche della polizia – i disobbedienti – il cui apporto alla guerriglia urbana è consistito nell’aver lanciato una serie di laboratori sulle esperienze del G8 di Genova – gli studenti, «che da sempre dimostrano propensione per la violenza rivoluzionaria, hanno tempo da impiegare a favore della causa e sono fisicamente idonei allo scontro-e-fuga – per finire poi con alcune professionalità, come ad esempio i chimici e gli operai metallurgici, particolarmente utili «per la preparazione degli artifizi esplosivi o per l’attività di scasso o fabbricazione in casa di armi (di solito si organizzano specifici corsi)» (GEG, p. 65).

A questo cocktail di soggetti sociali tra loro radicalmente diversi fa da complemento un elenco, altrettanto eterogeneo, di attività tipiche della guerriglia. Si va dagli scontri armati a forme di disobbedienza civile non connotate da comportamenti violenti (come sit-in, incatenamenti e cordoni umani) passando per le occupazioni e le attivazioni di squat, i concentramenti di persone e le attività di informazione – descritte come una sorta di intelligence iper-sofisticata e articolata (ivi, p. 70).

Capi e guerriglieri: la folla iper-razionale tra criminalizzazione e depoliticizzazione

Quando i manuali fanno ricorso al dispositivo dell’estremizzazione, il carattere della folla non è più irrazionale ed emotivo ma tende a farsi assolutamente razionale e pianificatore. I preparativi delle azioni offensive, ad esempio, sono descritti in questo modo:

nella pianificazione le armi, le munizioni, le protezioni ecc. sono preparati in anticipo rispetto allo scontro, dando la massima importanza ai metodi per l’esecuzione di un’azione, per evitare errori e ottenere lo scopo prefissato. Si approfondiscono le tattiche militari e le tecniche del nemico, ci si prepara ad eliminare le prove contro sé stessi ed amplificare ed evidenziare quelle dell’avversario. (ivi, p. 68)

Anche le protezioni impiegate dai manifestanti sono considerate parte della strategia della «guerriglia» e la loro finalità difensiva è negata: «caschi (da cantiere, da moto) per la difesa passiva della testa», «fazzoletti e passamontagna», «maschere (antigas, da subacqueo, da agricoltura, antismog)» mirano esclusivamente a nascondere il volto per rendere impossibile il proprio riconoscimento (nei filmati o altro) ed evitare l’addebito delle condotte illecite tenute» (ivi, p. 65).

Nei passaggi in cui è in funzione il dispositivo dell’estremizzazione, dunque, emerge una visione delle formazioni sociali con cui le forze di polizia entrano in contatto differente da quella individuata in precedenza e caratterizzata da una maggiore razionalità. Questa duplice visione della folla – del tutto istintuale ed emotiva o, al contrario, iper-calcolatrice – è almeno in parte contraddittoria ed evidenzia criticità teoriche all’interno dei testi qui analizzati.

Analoghe incongruenze caratterizzano anche le pagine dedicate a illustrare la figura del «capo» e a far apparire come «naturale» la distinzione – che assume quasi una dimensione ontologica – tra chi comanda e chi obbedisce:

l’intero tessuto della vita sociale è retto da un principio fondamentale che è da tutti acquisito e che viene considerato come condizione stessa dell’ordine sociale, tanto è vero che viene chiamato ribelle, in tono dispregiativo, colui che non accetta tale principio: vi sono individui che primeggiano, ai quali v:iene attribuito il potere di impartire istruzioni, di assumere iniziative, di decidere le scelte, ed ai quali spetta di attendersi un comportamento di altri individui basato sul rispetto delle loro decisioni e delle loro indicazioni, sull’accettazione delle loro scelte, in genere sul riconoscimento di uno stato di preminenza manifestantesi nei più diversi modi. I primi sono detti «capi» e gli altri «gregari». Il rapporto capo-gregario regge la struttura di ogni tipo di società, da quelle più moderne, del tipo di massa, a quelle chiuse, del tipo arcaico-tribale (ivi, pp. 39-40).
è noto che l’individuo non fa che identificarsi nel capo: tale processo di identificazione è stato definito un surrogato psicologico, in quanto soddisfa al bisogno del singolo di sopperire in qualche modo alla mancanza di sicurezza, alla debolezza che egli avverte dinanzi allo strapotere dei gruppi, o addirittura della massa (ivi, p. 42).

Dei capi, nello specifico, è fornita una rappresentazione estremamente dettagliata e analitica:

tra capo formale e capo non formale vi sono delle differenze. Nella situazione folla il capo non ha nulla a che vedere con il capo comunemente inteso; il capo nella folla è l’individuo che, durante una dimostrazione, grida: «andiamo a…», nelle situazioni già definibili di tumulto, si fa largo e per primo lancia un sasso contro la Polizia o, infine, dirige un gruppo di scalmanati che cercano di erigere una barricata. Ci si riferisce agli oratori improvvisati che arringano la gente, all’individuo che incita alla violenza, al sindacalista che dirige una manifestazione di scioperanti, ecc. (ivi, pp. 40-41).

I capi informali sono descritti come persone dotate di adeguati strumenti «tecnici» di gestione della folla:

Alcuni di questi capi non formali che hanno un notevole rilievo nella determinazione della condotta della folla, hanno subito un processo di tecnicizzazione divenendo, in breve, veri professionisti. Ci si riferisce a quelle persone che, attraverso una lunga esperienza, maturata anche attraverso corsi di studio, hanno acquisito e perfezionato nozioni ed affinato intuizioni che possono senz’altro farli considerare dei veri e propri tecnici della folla (ivi, p. 41).

Nuovamente, dunque, accanto a immagini irrazionali della folla sono collocate descrizioni iper-razionali di alcuni soggetti che ne fanno parte. Questa doppia rappresentazione, se per certi versi può apparire credibile – le masse in preda all’emotività trovano una guida nella fredda capacità di pianificazione dei capi -, evidenzia anche, per altri versi, una valenza strumentale: l’accentuazione della razionalità di alcuni individui, infatti, è funzionale alla loro criminalizzazione e, più in generale, alla delegittimazione dei manifestanti come tali.

I manuali, ad esempio, istituiscono in maniera esplicita un nesso tra la razionalità dei capi e la loro natura criminale: dalla prospettiva dei loro autori, il «criminale» è logicamente portato a rivestire il ruolo di leader in quanto è un individuo che già «ha superato il confine che divide il lecito dall’illecito e trova proprio nelle occasioni di tumulto la possibilità di dare sfogo all’odio contro i suoi eterni antagonisti: i tutori dell’ordine costituito, scaricando così la sua tensione individuale»; inoltre, egli «ha spesso l’esperienza del capo, avendo diretto l’azione di bande, e comunque è soggetto cui non possono mancare l’astuzia ed il coraggio»; per questa ragione, «in caso di tumulto […] spera di poterne trovare vantaggio partecipando a probabili saccheggi» (ivi, pp. 42-3).

La strategia della criminalizzazione è visibile anche nei passaggi in cui è approfondita la figura del «guerrigliero», la cui capacità pianificatrice è esaltata e la cui immagine complessiva, al contempo, è estremizzata in maniera grottesca, finendo quindi per essere ridicolizzata. Questo soggetto, nello specifico, è descritto come un individuo convinto che esista

un nuovo ordine mondiale da ottenere solo con disordine, violenza permanente e continua e, usando linguaggi mutuati dalla terminologia antimperialista ovvero marxista-leninista, […] si ritiene autorizzato moralmente a: espropriare, come forma presunta e anticipata di difesa del bene comune (anche se di altri!); creare e alimentare il disordine sociale; danneggiare ovvero distruggere; pretendere la solidarietà per la propria causa, giudicata come l’unica meritevole di attenzione e sacrifici; scontrarsi con le «forze governative» (comunque sempre definite con locuzioni dispregiative: sbirri, agenti della dittatura ovvero dell’imperialismo, criminali in divisa, milizia) per un preteso diritto di espressione della manifestazione del proprio pensiero (anche in forma di contestazione violenta) e di affermazione del proprio spazio vitale, perché niente è illegale per la causa (ivi, p. 62).

Il guerrigliero appare dunque come una sorta di bambino capriccioso e irragionevole, dalla cui prospettiva la violenza è «legittima per sovvertire il Sistema, perché “la libertà si prende” e “se vuoi una cosa, prenditela”» (Ibidem), e le cui motivazioni sono considerate fondamentalmente spurie: egli/ella viene dipinto/a come una sorta di predatore pronto a usare le armi, a passare alla lotta armata, a innescare un tipo di conflitto che viene rappresentato come politico ma che, in realtà, è soltanto «espressione di devianza» (ivi, p. 63).

La criminalizzazione, pertanto, sia con riferimento alla figura del guerrigliero sia con riferimento alla figura del capo, si configura come una strategia gemella rispetto a quella della de-razionalizzazione: entrambe, infatti, sono finalizzate a delegittimare i comportamenti dei manifestanti svuotandoli di un contenuto genuinamente politico. Le azioni della folla, in altre parole, sono descritte come criminali o come irrazionali, mai come politiche, e sono private, per questa ragione, di qualunque legittimità.

La delegittimazione dei manifestanti, più precisamente, passa attraverso la diffusione di una concezione patologica della contestazione sociale: chi rivendica diritti o critica le scelte del governo (oppure di altri attori politico-economici), se non è un individuo equivoco, un soggetto intrinsecamente pericoloso o un estremista assetato di violenza che agisce coperto da ragioni ideologiche puramente strumentali, è molto probabilmente una persona instabile mentalmente. La possibilità che tali azioni discendano da una coscienza politica consapevole e ben strutturata è quindi negata: il conflitto, oltre una certa soglia, ha sempre cause strumentali o emotive e mai ragioni veramente politiche.

Questa negazione è esemplificativa di un atteggiamento generale volto, come evidenziato da Quadrelli (2010, p. 26), a ridurre gli individui subalterni a «semplici fenomeni culturali» e le loro intemperanze a mero «oggetto di un insieme di poteri-saperi specialistici quali la criminologia, la psichiatria, ecc.». Non sorprende, quindi, che gli studi a cui i manuali fanno più volte riferimento nel delineare una concezione patologica dei manifestanti abbiano a oggetto – come si è visto in precedenza – la psicologia della folla e la devianza, e non i movimenti sociali o gli aspetti socio-politici delle mobilitazioni collettive.


Documenti citati:

  • GIA: Gianni, 2000
  • GEG: Girella, Girella, 2008
  • DAD: D’Ambrosi, Adornato, 2006

Il primo dei testi selezionati (GIA) è un manuale effettivamente impiegato nella formazione della polizia: non è in vendita nelle librerie ed è a uso esclusivamente interno; nello specifico, è stato commissionato all’editore dal Ministero dell’interno. Gli altri due volumi (GEG e DAD) sono invece in commercio e non è certo se siano effettivamente utilizzati nei corsi di formazione per i reparti mobili.

Testo completo:
https://archive.org/details/ordine-pubblico-regole-private-rappresentazioni-della-folla-e-prescrizioni-compo