“Anti-Oculus – Una filosofia della fuga”, Acid Horizon – 2023
Il termine ocularità si riferisce alla pratica o all’insieme di pratiche che materialmente costruiscono, producono e controllano i limiti dell’identità incarnata e le potenzialità del divenire sociale e individuale. Lo scopo di questo manuale introduttivo è fornire una panoramica di alcune delle principali tecniche di pratica oculare.
L’ocularità è una pratica di cattura; l’ocularità cattura tramite l’identificazione e la regolazione delle identità: ciò che si può essere e ciò che non si può essere agli occhi del riconoscimento e del potere riconoscitivo. L’ocularità controlla le identità dei soggetti politici incarnati racchiudendoli in uno spazio oculare, un territorio controllato. Lo spazio oculare è mantenuto da un esercizio della forza che ne sostiene i confini, le divisioni e i contorni; una sorta di confinamento di coloro che si trovano all’interno dell’ocularità.
Uno spazio oculare è uno spazio di possibilità di identificazione circoscritte. Entro un tale spazio, l’incarnazione e la pratica dell’individualità sono delimitate in anticipo (feedforward) e le perturbazioni nel sistema di classificazioni sono contenute e reindirizzate per migliorare la stabilità e l’autoriproduzione del sistema (feedback negativo).
Trovarsi all’interno dello spazio dell’ocularità significa essere percepiti dall’ocularità stessa, significa cioè trovarsi sovrimpressi dalle classificazioni strutturanti insite nella pratica oculare, ed essere riconosciuti tramite quelle stesse categorie oculari impresse. La pratica oculare è una inscrizione nella struttura, oltre che un recupero e una neutralizzazione della devianza dalle categorie identitarie dell’esperienza sociale.
Le categorie o classi dell’ocularità sono i processi attivi di categorizzazione e di controllo dei soggetti in base a tali classificazioni; sono forme di riconoscimento sociale che sorvegliano il corpo, il pensiero e l’immaginazione. Le funzioni e le pratiche di riconoscimento inscrivono significati che permettono l’identificazione dei soggetti, tramite il modellamento non solo dei loro corpi, ma anche delle loro identificazioni autocoscienti e dei modi in cui gli altri li identificano consciamente e inconsciamente.
Quando l’ocularità opera in modo produttivo, il suo funzionamento favorisce la proliferazione e il rafforzamento di quelle forme. Le pratiche di riconoscimento dell’ocularità, che apprendono in maniera attiva e si autorinforzano, cercano di prevenire, esporre o delimitare in anticipo; sono tentativi di disgregazione sociale, politica o culturale. La delimitazione consiste nel porre dei limiti agli agenti disgreganti tramite l’identificazione, in modo da prevenirli o impedire che il potenziale insurrezionale porti al collasso del sistema.
La pratica oculare tenta storicamente di scongiurare l’insurrezione, e lo spazio nel quale può nascere un’insurrezione è uno spazio di non ocularità o di contro-ocularità; di fuga dalle forme sociali di identificazione che non sono state (almeno finora) raggiunte dalle forze in grado di racchiuderle e identificarle. Definiamo questo spazio non-oculare cospirativo. Il cospirativo è il grembo dell’insurrezione come minaccia non identificata (o identificata in modo insoddisfacente/effimero) alla sicurezza del controllo sociale. Il problema di chi insorge è un problema di informazione.
L’«occhio» dell’ocularità non è un occhio meramente ricettivo; non riceve semplicemente gli oggetti così come sono. Al contrario, l’occhio dell’ocularità li percepisce secondo standard di oggettività prestabiliti. L’occhio corregge quindi ciò che si discosta da tali standard verso forme di mediazione oggettiva. L’occhio media ciò che vede per renderlo riconoscibile, cioè per renderlo conforme alle categorie di riconoscimento e identificazione che plasmano un oggetto «appropriato» agli standard di oggettività «valida».
L’occhio dell’ocularità ci vede e nel vedere proietta una forza su ciò che vede; rifà l’oggetto – al meglio delle sue possibilità – a sua immagine e somiglianza. Come una consapevolezza kantiana che incontra una simulazione dei suoi organi di senso da parte di un’entità esterna sconosciuta, esso cattura l’immagine plasmandola in una forma che è predeterminata proprio dall’attività di rilevamento. L’ocularità costituisce ciò che cattura nello stesso momento in cui lo cattura.
L’ocularità si preserva tramite un monopolio sull’identità e sul significato socialmente riconosciuto degli spazi in cui viene praticata. Nell’imporre le condizioni della sua oggettività su ciò che è percepito, esercita una grande violenza sul suo oggetto nel percepirlo. È una rete di assiomi sociali imposti con forza dalla libido sui limiti dell’identità. Ciò significa che la pratica oculare mira a limitare le conseguenze sociali di cosa un corpo può fare, di cosa un corpo può essere riconosciuto come capace di fare e, in quanto tale, di cosa può desiderare di essere o diventare.
Il pensiero controinsurrezionale contemporaneo assume un’ampia varietà di strumenti concettuali come base teorica per analizzare l’ocularità in quanto fenomeno sociale e politico. Comprendiamo che la funzione essenziale dei meccanismi che praticano e producono l’ocularità è quella di catturare il senso o il significato di un individuo o di un gruppo di individui, e di riconoscerli inserendoli in una certa categoria identitaria.
Non si tratta semplicemente della pratica passiva di registrare le identità viste e di «catturarle» all’interno di tabelle di dati, di distribuzioni demografiche o di confini giudiziari di identità legali o illegali. Piuttosto, l’ocularità è un processo sociale pratico e attivo di forza inscrittiva.
Il senso di una tale identità è conformabile attraverso i meccanismi del disciplinamento sociale, come le prescrizioni mediche, l’addestramento militare o l’istruzione. Ma questa conformità oculare può anche essere generata da restrizioni più sottili sulle azioni di chi è identificato, come quelle applicate allo spazio sociale e privato, vale a dire agli spazi educativi, agli spazi culturali, alle forme di occupazione, ai confini territoriali e politici, e all’interno di un’infrastruttura di trasporto sistematicamente limitata.
Il senso di un’identità è qualcosa che si costituisce e si imprime sul corpo di chi è identificato. L’identificazione è un processo che imprime il significato sociale stabilito dall’ocularità sul corpo del destinatario attraverso le «forze» dell’occhio da cui viene visto. La forza impone e trattiene il significato sociale di un corpo quando quel corpo diventa un soggetto racchiuso nello spazio oculare.
Gli apparati oculari registrano i corpi delle persone secondo determinati schemi nel momento stesso in cui inscrivono queste identificazioni su di essi. All’ocularità – o meglio, a una buona pratica oculare – non sfugge nulla della cospirazione; il suo scopo è identificare ogni nemico e impedire che fugga in una forma nuova non identificata e non regolamentata.
Nei suoi esperimenti fenomenologici sulla simulazione dell’ocularità, lo stesso Hegel ha notato che il crollo del regime di Robespierre durante la Rivoluzione francese fu dovuto anche all’assenza di ocularità inerente allo schema del regime riguardo i propri soggetti. In questo regime, il linguaggio dell’identificazione era vaghissimo, puramente universale, astrattamente negativo e tuttavia attivamente anticospirativo. Il soggetto sottoposto all’ocularità era del tutto assente in senso concreto, fatta eccezione per la categoria indefinita del «Popolo» o del «cittadino» con la sua «Volontà generale» vaga e non identificabile, adattata dalla teoria democratica di Rousseau. Hegel osserva che questo livello di ocularità era suicida nella sua incompetenza e, in quanto tale, non poté identificare o riconoscere nelle proprie carenze oculari la più grande minaccia a sé stesso, così che Robespierre finì per essere giustiziato sotto gli auspici del proprio meccanismo di dissoluzione oculare: la ghigliottina. Il meccanismo della ghigliottina divenne uno strumento delle forze cospiratrici dell’insurrezione termidoriana: una forza correttiva esercitata da concittadini come avatar di quel vago vessillo del «Popolo» nel cui nome rivoluzionario furono tagliate tante teste. I cospiratori non avevano un’identità riconoscibile dai servizi di sicurezza. Rimanevano nell’ombra dell’occhio, capace di vedere solo la sfocatura di un astratto «traditore» che poteva essere chiunque. Lo Stato oculare del Regno del Terrore non poteva quindi fare altro che pugnalare selvaggiamente le masse, fino a quando il suo terrore non avrebbe creato i carnefici del regime.
Un’ocularità vaga allarga lo spettro di coloro che cadono sotto il mantello della cospirazione. Se le categorie della vostra ocularità non sono sufficientemente irreggimentate, striate o mancano di pratiche di riconoscimento, allora ogni persona può cospirare contro di voi – e alla fine lo farà.