“The master’s tools – Warfare and insurgent possibility”, Tom Nomad – 2013
Le forze dell’ordine sono una forza di occupazione, ma una forza di occupazione di un tipo particolare. Quando si parla di occupazione, di solito la si pensa come qualcosa di completo e totale, che infetta ogni aspetto della vita quotidiana. Ma questa è sempre una totalità impossibile. I concetti relativi ad essa sono totali, nella misura in cui definiscono e controllano uno spazio, ma l’occupazione non è mai un fenomeno totale, non entra mai veramente nella possibilità di azioni che possano inquadrare e determinare altre azioni. Se lo facesse, ogni resistenza sarebbe impossibile. Piuttosto, la polizia funziona come una logistica dell’azione, tenuta insieme concettualmente attraverso linee logistiche di supporto, uniformi, strutture di comando, comunicazioni e così via.
Come scrive Clausewitz, ogni occupazione comporta sempre due impossibilità. La prima è semplicemente numerica. Se il controllo diventasse veramente totale, se la costruzione dello Stato venisse mai a inquadrare e determinare l’esistenza, il controllo stesso diventerebbe irrilevante, l’intera esistenza non sarebbe altro che un’esecuzione scialba e predefinita di un copione teleologico. Ma siccome non è questo il caso, dato che i furti ancora accadono, la resistenza ancora esiste, le persone ancora entrano in confronto diretto con la polizia, si rifiutano di collaborare, eccetera, è facile vedere che questa totalità non esiste. Perciò dobbiamo pensare alla polizia e alla sua logistica come un dispiegamento di corpi e pratiche limitato nello spazio, che copre solo una quantità limitata di spazio con una quantità limitata di corpi. Letteralmente, a meno che ogni centimetro quadrato non sia coperto costantemente, c’è sempre la possibilità di resistenza, il che rende l’occupazione non totale. Ci sono sempre buchi nella copertura.
In secondo luogo, ogni azione cambia sempre le condizioni e le dinamiche dell’azione stessa, in un processo che si autoalimenta. Le azioni si svolgono in un tempo e uno spazio, una convergenza particolare delle dinamiche della storia, e al contempo formano le condizioni da cui sono formate. Contrariamente ai concetti aristotelici di produzione e azione in quanto creazione, noi non agiamo mai su o all’interno di un oggetto inerte; piuttosto, l’oggetto presenta forme di resistenza che modificano fondamentalmente le dinamiche dell’azione stessa. Nel loro stesso dispiegarsi, le forze di polizia sono causa di frizione e conflitto e aprono altre possibilità d’azione; la storia non si ferma nelle sue dinamiche. Lo vediamo ogni volta che un piano di controinsorgenza provoca un’imboscata, ogni volta che la polizia reprime un quartiere e qualcos’altro accade in un altro, lontano dalla concentrazione di forze. I movimenti modificano il terreno d’azione e collidono con i movimenti e le azioni di tutti gli altri elementi che costruiscono il terreno stesso: il degrado delle infrastrutture, l’odio crescente e la resistenza nei confronti della polizia, i reati “comuni” compiuti da disperati per sopravvivere nel capitalismo, l’assenteismo dei lavoratori, gli scioperi, e così via… A meno che, magicamente, il dispiegamento della polizia non riuscisse a neutralizzare gli effetti delle sue stesse azioni e a congelare la storia in un momento definito, il terreno continuerà a spostarsi, e questo spostamento rende impossibile un’occupazione totale.
L’impossibilità di un’occupazione totale costruisce il controllo poliziesco come un tentativo di proiettarsi attraverso volumi di spazio crescenti, in modalità sempre più costanti. L’intera storia della metodologia e delle operazioni di polizia ruota attorno allo sviluppo di metodi di proiezione. Dall’uso dell’automobile alla radio, dallo sviluppo di una matrice di sorveglianza sempre più pervasiva alla creazione di task force, dal passaggio a operazioni paramilitari allo sviluppo del cosiddetto controllo di vicinato, questi mutamenti vengono adottati per proiettarsi nello spazio in modalità sempre più coerenti. Ma ci sono dei limiti a questa proiezione, come vediamo nella transizione da metodi di contro-insorgenza a quelli di contro-terrorismo nell’esercito statunitense, dove è stata presa la decisione strategica di evitare lunghe occupazioni abbinate a una grande presenza di truppe per preferire una massima proiezione nello spazio con un numero di uomini minimo. Con numeri limitati è necessario fare delle scelte: allocazione delle forze, strutturazione della logistica, mantenimento delle linee di rifornimento e così via. E questo diventa sempre più difficile quanto più il terreno si fa resistente.
La proiezione esiste in due forme: visuale e materiale. Quella visuale è la capacità di vedere lo spazio e le cose in esso, di sviluppare quella che, nella terminologia militare contemporanea, prende il nome di top-sight.
Nel diciannovesimo secolo la polizia tendeva a marciare per le strade in formazione principalmente per permettere agli agenti di comunicare tra loro. Anche la visione era limitata, così come l’abilità di raccogliere e trasferire informazioni. Con l’avvento della radio, dell’automobile, ed infine dell’elicottero e della videocamera di sorveglianza, la polizia diventa capace di proiettarsi attraverso lo spazio a maggiore velocità e comunicare su distanze più ampie, permettendo una proiezione crescente. Ma anche con la struttura di sorveglianza totale che stanno costruendo città come New York, Chicago e Cleveland, con telecamere di sicurezza private collegate all’infrastruttura della polizia, oggi anche supportata da agenzie di sicurezza semi-ufficiali, la copertura è incredibilmente limitata. Le telecamere non possono analizzare ciò che vedono, almeno per ora. Questo significa che anche con i più sofisticati sistemi di sorveglianza e i più altamente addestrati operatori umani, c’è sempre una quantità di informazione limitata che può essere processata, anche se la quantità di informazione generata aumenta esponenzialmente con l’aggiunta di ogni nuovo apparato di sorveglianza.
L’anonimato non è semplicemente ciò che abbiamo quando i nostri volti sono coperti; l’anonimato, come sostiene Baudelaire, è la condizione in cui siamo relegati nella metropoli capitalista. La distanza che uno sguardo può coprire può essere estesa con elicotteri, droni e aerei di sorveglianza, ma ogni volta che questa distanza si moltiplica, la capacità di cogliere microdettagli diventa più limitata.
La proiezione materiale è la proiezione vera e propria di forza nello spazio. Anche questa avviene attraverso un equilibrio tra concentrazione e proiezione. Man mano che la capacità di intervento della polizia si diffonde nello spazio e la concentrazione diventa sempre più diffusa, i mezzi per dispiegare una grande quantità di forza aumentano. Inizialmente la polizia non portava con sé nulla di più di manganelli o, talvolta, manette. Combinata col movimento a piedi, la forza poteva essere proiettata lungo una linea di movimento corporeo, e solamente alla velocità di una corsa, sommata alla distanza coperta dal movimento di un braccio umano. Con l’espandersi della superficie di applicazione della forza, attraverso l’uso dell’automobile e della radio, e poi dell’elicottero e dei mezzi corazzati di trasporto truppe, questi, combinati con la pistola e le armi automatiche, hanno incrementato drammaticamente la portata di tale forma di proiezione. Mentre il braccio può raggiungere solo un paio di piedi dal corpo, la pistola può proiettare un proiettile in linea retta per centinaia di metri con una forza letale. Questa capacità di proiezione del proiettile è stata ulteriormente ampliata con la granata, il lanciagranate, lo spray al peperoncino e ora il taser, in modo da poter proiettare diversi livelli di forza dal corpo verso un bersaglio, con l’LRAD capace di mandare onde sonore concentrate e mirate oltre un quarto di miglio. Queste proiezioni, insieme ai crescenti livelli di forza, sono tutti modi per proiettare forza nello spazio, rendendo materiale e operativa la visibilità sviluppata attraverso la top-sight.
La proiezione materiale non riguarda solo la quantità di spazio coperta, ma anche il tempo e la costanza nell’abilità di muoversi in esso. Come sostiene Clausewitz, questa abilità di movimento diventa sempre più difficile, e la forza proiettata inferiore, più il terreno si fa resistente. Anche un singolo attacco può costringere un’intera forza di occupazione a passare a concentrazioni più dense e difensive, restringendo la capacità di proiettarsi nello spazio. Più si concentra fisicamente una forza, meno si è capaci di proiettare nello spazio una presenza apparentemente costante.
La proiezione di forza, visuale o materiale, è un tentativo di dare forma a un terreno conduttivo al movimento e alle operazioni di polizia. Vediamo numerosi aspetti di ciò all’interno del terreno tattico che abitiamo: la proliferazione di videocamere di sorveglianza, la messa in rete delle camere private all’interno della matrice di sorveglianza della polizia, la proliferazione di agenzie di sicurezza private e dipartimenti di polizia semi-ufficiali, la crescita delle reti di informatori di vicinato, note come Neighborhood Watch, ma anche l’abbattimento di edifici abbandonati, la falciatura di terreni incolti, e così via. I metodi di proiezione più innovativi non sono una tecnologia, ma la costruzione dello spazio metropolitano stesso. La griglia stradale sviluppata nel diciannovesimo secolo e il sistema autostradale nel primo ventesimo secolo hanno reso il movimento nello spazio molto più efficiente. La proiezione non riguarda solo la capacità di tenere uno spazio, anche al di là della presenza fisica immediata, ma anche quella di muoversi in esso. Ciononostante, come ogni innovazione tecnologica, lo sviluppo della rete stradale e la standardizzazione dello spazio attraverso l’uso del modello cartesiano possono aver reso il movimento più semplice, ma hanno anche disperso la concentrazione di forza e confinato ampiamente i movimenti delle forze dell’ordine all’interno delle strade stesse. Come a Parigi Reclus suggeriva di trasformare in torrette armate gli edifici allineati lungo gli ampi viali di nuova costruzione che oggi caratterizzano la città, questo confinamento alla strada genera zone di ampia visibilità e veloce movimento, ma anche limita la visione di ciò che succede al di fuori delle strade, in zone di indiscernibilità, che siano i deserti dell’Iraq, le montagne dell’Afghanistan, o gli spazi “non costruibili” sui lati delle colline boscose nel mezzo di Pittsburgh. Queste zone di indiscernibilità, di invisibilità e possibilità, diventano ampie maggiore è la resistenza esercitata all’interno di uno spazio, meno le persone sono propense a collaborare con le forze dell’ordine, più spazio aperto è presente fuori dalle strade, e con la densità delle dinamiche e degli oggetti fisici, che siano alberi in una foresta o barricate sulle strade, all’interno delle linee di fuga offerte dal terreno.
Ovunque lasciamo cadere lo sguardo, vediamo che la metropoli si è strutturata attorno alla separazione dello spazio e dei corpi, alla dispersione delle strade e alla fortificazione del privato. Questo non accade in un vuoto, o in assenza di tentativi di amplificare la proiezione attraverso lo spazio e il tempo. Con lo spazio che diventa sempre più striato, sempre più operato, lo spazio stesso si muove verso una nuova serie di imperativi. Apparentemente statico come a molti di noi può sembrare, la solidità del terreno è ampiamente mitologica. Ma insieme allo spazio che si trasforma a favore di un operare della polizia sempre più fluido, la polizia stessa si è trasformata per muoversi in una metropoli post-seconda guerra mondiale, incorporando forme di monitoraggio e sorveglianza sempre più sofisticate, armi sempre più pesanti e tattiche paramilitari. Quello a cui stiamo assistendo non è nulla più che una costante operazione di sicurezza, un tentativo costante di eliminare quelle zone di indiscernibilità, strutturato non solo per rispondere ad eventi ma anche per prevenire azioni dall’emergere e diventare apparenti. Ogni giorno questo definisce sempre di più lo spazio in cui esistiamo; non è nulla più che un’espansione della prigione al di fuori delle sue mura. Come in una prigione, un terreno conduttivo al movimento della polizia richiede necessariamente una visione totale, un’abilità completa di proiettarsi nello spazio, l’abilità di giustificare un uso illimitato di forza. Ma insieme a ciò, veniamo a contatto con il paradosso principale della controinsorgenza (la polizia è necessariamente una forma di occupazione e quindi di controinsorgenza). Con una presenza della polizia sempre più pervasiva, man mano che diventa capace di mobilitare una quantità di forza soverchiante, il loro stesso movimento genera resistenza, risentimento, conflitto. Nel proiettarsi nello spazio si rendono visibili e i metodi per tracciarne i movimenti ed evitare di essere individuati diventano sempre più efficaci. Anche con la crescita della prigione, che racchiude tutto lo spazio in gradi diversi, l’illegalità persiste. Ogni giorno si verificano atti di disturbo economico, come il furto o l’assenteismo sul posto di lavoro. Lo Stato funziona soltanto in uno spazio in cui la polizia può operare, e sempre in misura maggiore o minore. In queste falle nella copertura, generate dalla semplice limitazione nella copertura spaziale, dai limiti di visione e dalle gittate delle armi, la concentrazione della logistica dello Stato è bassa e la possibilità di azione prolifera; questo diventa ancora più pronunciato negli spazi dove esiste un’etica di non cooperazione o di vera e propria resistenza.